A che gioco giochiamo

John Nash, l’equilibrio di una vita squilibrata

Il 12 ottobre 1994 la Reale Accademia Svedese delle Scienze assegnò per la prima volta il premio Nobel dell’economia a tre esperti di teoria dei giochi: fu l’inizio di una lunga serie di premiati per quella disciplina, che in una ventina d’anni hanno già superato la dozzina. Il più famoso di tutti è certamente John Nash, protagonista del film da Oscar A beautiful mind per le singolari vicende della sua vita.

Nash ottenne i risultati che gli valsero il premio Nobel agli inizi degli anni ’50, quand’era ancora studente. Una prova della genialità delle sue scoperte sta nel fatto che la famosa nozione di equilibrio di Nash, che oggi porta appunto il suo nome, si può descrivere in due parole: sostanzialmente, il comportamento di due avversari in un gioco è in equilibrio se nessuno può recriminare col senno di poi, cioè se ciascuno rifarebbe la stessa mossa anche conoscendo in anticipo la mossa dell’avversario.

La grande scoperta di Nash fu che in ogni situazione di conflitto esistono sempre equilibri di questo genere, ed è dunque sempre possibile muoversi nel contesto politico o economico in maniera razionale. Il che è già qualcosa, anche se può non essere tutto: come disse infatti bene Italo Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore, a volte «il meglio che si può ottenere è di evitare il peggio».

Per strano che possa sembrare, Nash dedicò alla teoria dei giochi soltanto cinque brevi articoli, una trentina di pagine in tutto. Il che fu sufficiente a meritargli un premio Nobel per l’economia quarant’anni dopo, ma non un posto da assistente in matematica allora. Divorato dall’ambizione e dalla competitività, Nash si dedicò allo studio di alcuni dei più importanti problemi irrisolti nei campi più disparati della matematica.

Nel 1958 arrivò alle soglie della medaglia Fields, l’analogo del premio Nobel per la matematica, ma la perse per un solo voto e si ritrovò sconfitto e deluso. Nel giro di due mesi Nash, non ancora trentenne, cadde in una grava forma di schizofrenia, per curare la quale fu internato più volte in manicomio e sottoposto a psicofarmaci e a coma insulinici, che lui stesso in seguito definì «torture».

Nash vagò come uno spettro per vent’anni fra i corridoi del dipartimento di matematica dell’Università di Princeton, scrivendo costantemente misteriosi messaggi, epigrammi e epistole sulle lavagne. Stranamente, però, e a differenza dalla maggior parte dei casi simili al suo, finì per emergere lentamente e spontaneamente dalla malattia. Agli inizi degli anni ’90 si era rimesso, tanto da essere in grado di ricevere il premio Nobel dalle mani del Re di Svezia, e di godersi per vent’anni la fama e gli onori che gli vennero tardivamente tributati.

L’ultimo fu il premio Abel, una specie di Oscar alla carriera, che ricevette a Oslo lo scorso anno. Il 23 maggio 2015, di ritorno dalla cerimonia, salì su un taxi all’aeroporto di New York, e morì sul colpo poco dopo in uno spettacolare incidente insieme alla moglie, stranamente come aveva vissuto.


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