A che gioco giochiamo

Giochi vecchi e nuovi: tutto comincia di lì

Beniamino Sidoti, classe 1970, autore del Dizionario dei giochi (Zanichelli, 2010) insieme a Andrea Angiolino, ha fatto del gioco il suo lavoro. Li crea, ne parla, li spiega, li analizza. E li pratica. Perché la dimensione ludica della vita è una cosa molto seria.

Giusto?

«Il gioco è una dimensione fondamentale dell’uomo. Dal gioco impariamo più che da altri metodi di apprendimento: a qualunque età. L’Unesco ha definito i il gioco un patrimonio immateriale dell’umanità».

Secondo lo storico Johan Huizinga il gioco precede la cultura.

«Secondo la sua visione la stessa cultura nasce come gioco: lo vediamo anche oggi. Il gioco è un intenso campo di sperimentazione dove le cose nascono e poi si strutturano in forme d’arte, narrazioni o anche, sempre seguendo Huizinga, come leggi e diritto».

Freud gli attribuisce un ruolo positivo nella formazione della personalità infantile. È ancora così secondo lei dopo il tramonto dei giochi classici a favore di quelli elettronici?

«Non parlerei di tramonto quanto di convivenza. Il gioco elettronico contribuisce alla formazione della personalità e porta con sé nuove forme di conoscenza. Certamente poi quando i giochi elettronici sostituiscono del tutto il gioco tradizionale allora siamo di fronte a forme di alienazione: come quando la società virtuale sostituisce la socializzazione reale».

Dal modo di giocare la spia del disagio?

«Sì, anche se il disagio più grave lo vedo non nel gioco infantile ma in quello adulto: penso soprattutto all’azzardopatia dove una delle componenti fondamentali del gioco per Caillois, “la vertigine”, prende il sopravvento. Il giocatore non riesce a separarsi da questa ebbrezza, da questa sensazione di potere dentro la mancanza di controllo.»

Un tempo si giocava-imparava in strada, oggi i ragazzini delle grandi città hanno perso questa abitudine.

«La perdita dello spazio pubblico ha comportato la perdita di una grande palestra di condivisione. Quei giochi servivano a formare la comunità . Il gioco è sempre spazio di condivisione e contrattazione: penso per esempio a quanto contano queste dimensioni nei giochi di ruolo».

I giochi di ruolo sono stati bersaglio di critiche feroci. Cosa ne pensa?

«Questo modo di giocare spesso non è stato capito. Nei giochi di ruolo si inventa una storia insieme, è molto interessante, tanto che sono spesso studiati e rilanciati anche in contesti come la formazione aziendale».

Oggi si parla molto di gender. È cambiato qualcosa nei giochi dei bambini e delle bambine?

«La situazione peggiora. Un tempo c’erano tanti giochi per bambine, tanti per bambini e altrettanti per entrambi. Da qualche anno il marketing del giocattolo cerca di dividere tra maschi e femmine in maniera netta. C’è forte pressione per far si che l’infanzia sia un terreno dove si assimilano ruoli precisi ma i bambini devono essere liberi di imparare e di scegliere»

Pensa che la cultura occidentale dove domina il culto della produttività sia di ostacolo al gioco?

«Se così fosse oggi giocheremmo di meno... Il che non è verissimo; dipende da cosa consideriamo per gioco, soprattutto fra gli adulti. Se pensiamo alle App e ai videogames ad esempio forse si gioca più di un tempo. A novembre Candy crush saga è stato comprato per sei miliardi di dollari»

Si torna per strada. Un tempo zecchinetta oggi Pokémon Go.

«Come sempre, si gioca con quello che abbiamo: oggi abbiamo gli smartphone e meno socialità. Ma con lo smartphone e un gioco, magari si incontra qualcuno nel mondo reale. Non mi preoccupa cosa “fa” Pokémon Go ai giocatori, quanto tutti i dati sensibili che regaliamo a Google».

Ma è vero che oggi si assiste a un rilancio dei giochi da tavolo?

«Sì, stanno aumentando i locali dove si va per giocare, e il mercato registra un lento costante aumento: è un bel modo di socializzare. Altro fenomeno da tenere d’occhio sono le Adventure room, luoghi “reali” dove in un’ora di tempo devi risolvere in gruppo alcuni enigmi per riuscire a scappare o a trovare un tesoro. Qui il virtuale si trasferisce nel reale.

I confini stanno saltando, per capire i giochi bisogna giocarli: altrimenti ci troviamo a guardarli dall’esterno mormorando sconsolati che “i giovani non sono più quelli di una volta”... frase che era già in auge in un antico frammento babilonese».


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