A che gioco giochiamo

Beccaccino da campeggio

Finito di battere il grano e di raccogliere le percocche, i contadini di Romagna lasciano i campi e vanno verso il mare anelanti a un sano e meritato sollazzo e refrigerio. Portatori del sacro genoma cooperativo, tuttora fiorente l’antica familiarità comunitaria, disdegnano le sistemazioni singole, le camere d’albergo, le pensioni e i vani d’affitto, e si radunano in grandi insediamenti collettivi, i famosi campeggi di Riviera, villaggi totemici stagionali edificati in ampie radure ricavate dalla deforestazione, a norma di legge, dell’ancestrale pineta litorale, la foresta di nobili pini ravennati che da Classe si sviluppa senza iato fino al cesenate, la leggiadra pineta, sia detto senza malanimo, dove il sommo Dante s’è beccato la malaria che l’ha portato a prematura scomparsa. Gli agglomerati di materiali leggeri combinati variamente nella creativa ricostruzione della casa avita, si raccolgono attorno alle cucine da campo e ai grandi tavoli destinati alle attività sociali della consumazione dei pasti e delle partite a beccaccino. Il beccaccino è un tressette briscolato aggiunto di varianti di paese e di clan. Una partita di beccaccino da campeggio inizia a metà luglio e si conclude non prima dell’Assunta con turni giornalieri di dieci, dodici ore, la consumazione dei tre pasti principali, tipicamente piadine assortite, cappelletti con o senza ragù e grigliate misto manzo maiale e ovino, occupa non meno di quattro ore, sottratte le otto necessarie al riposo notturno, c’è giusto il tempo per un dormino meridiano e una doccia ristoratrice. Partecipano ai pasti ma sono esclusi dal gioco le femmine in allattamento e i giovani maschi gregari; a queste categorie è destinata la spiaggia e la balneazione. Perché il mare c’è, è laggiù, si sa, e issandosi sopra il tetto della roulotte si vede, e a volte è anche blu.


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