A che gioco giochiamo

Il bello del gioco di testa: è come andare a una festa e incontrare sconosciuti

Per molti connazionali, afflitti da calciomania esclusiva, l’espressione «gioco di testa» si riferisce soltanto all’abilità di certi calciatori a colpire la palla con la fronte per indirizzarla verso la porta avversaria o allontanarla dalla propria. In alternativa potremmo invece adottare la stessa espressione per distinguere i giochi che si fanno soprattutto con il pensiero da quelli in cui è prevalente l’attività fisica e, oggi, anche da quelli che si giocano davanti a un monitor, magari inseguendo Pokémon per le città. Non è una distinzione assoluta: anche in una bocciofila, su un tavolo da biliardo e persino su un campo di calcio occorre pensare; anche una partita a carte o a scarabeo implica una (minima, bagatellare) attività fisica. I videogiochi – come già il flipper - spesso combinano le due dimensioni, richiedendo di essere svelti sia coi pensieri sia coi riflessi. E a proposito di intrecci inusuali, David Foster Wallace ha sostenuto che il tennis sia una via di mezzo fra gli scacchi e il pugilato: strategia e forza fisica contano in ugual modo.

Però ci siamo intesi: negli scacchi il pensiero strategico ha una rilevanza assoluta, nel pugilato vince chi ha più fiato e muscoli, a volte anche se è scemo.

Tutti i discorsi che hanno a che fare con l’intelligenza proiettano un’ombra cupa, un sospetto di altezzosità che ha qualcosa a che fare con il razzismo (in senso almeno lato). Nel corso dei decenni abbiamo avuto le vacanze intelligenti, le partenze intelligenti, la canzone intelligente (presa in giro da Cochi e Renato), e non sono mancati neppure i giochi intelligenti. Tipico esempio, i quiz matematici o logici, che si ammantano di una dignità considerata indiscutibilmente superiore rispetto a, che ne so, le biglie.

Parlare di «giochi di testa», allora, parrebbe più neutro. Possiamo pensare all’organismo umano come composto da membra e facoltà che è piacevole usare di tanto in tanto in modo inconsueto. La mano con cui guidiamo tutti i giorni per andare al lavoro, con cui tagliamo le cipolle, con cui scriviamo email, si diverte a impugnare una mazza da baseball o tirare una fune. La memoria che normalmente ci fa presente un appuntamento, un indirizzo, il modo di svolgere una delle nostre mansioni, si diverte a recuperare remote nozioni geografiche da scrivere in una serie di caselle. «Divertirsi» è sempre un divergere da sé, prendere direzioni inedite, uscire da automatismi e tran tran.

Cosa intendiamo per «gioco» se non questo? La facoltà di scelta in una situazione data, anche artificiosa, in cui abbiamo alternative e in cui l’esito finale è per noi importante, ma non quanto l’esercizio in sé. Il gioco comincia allora dall’immaginazione, fin dalla prima volta che nell’infanzia proponiamo, a noi stessi o a qualcun altro: «facciamo che...». Nei giochi in cui il pensiero predomina, le parole devono costruire il proprio senso o devono perderlo, nel caotico groviglio di uno schema di parole crociate; il ragionamento deve prevedere la forza contraria che lo ostacolerà, e sfuggirvi; la memoria deve svariare fra territori lontanissimi. Così come in un rebus un prete può trasformarsi in un pretendente, nel Trivial Pursuit si può passare da una domanda su Napoleone a una sui lepidotteri. Nozioni, parole, connessioni non ci si presentano più nell’ordine gerarchico abituale. È come partecipare a una festa: si arriva con il proprio partner, si incontrano molti amici o parenti che frequentiamo anche in privato, ma si passa volentieri la maggior parte del tempo con persone che non conosciamo e che magari non vedremo mai più. Poco o tanto, si gioca sempre anche con la testa e ogni volta che si gioca si vede il mondo in un modo diverso dall’usuale.


[Numero: 40]