Provaci ancora Brasile

Sì, c’è un giudice a San Paolo ma ci vuol ben altro

Così come “i diari della motocicletta” servirono a Ernesto “Che” Guevara per aprire gli occhi sulle ingiustizie dell’America Latina, i viaggi in Sudamerica e Brasile di Gherardo Colombo, ora presidente della Garzanti, sono serviti per aggiungere un tassello fondamentale a quella “teoria della corruzione” che l’ex magistrato di Mani Pulite sta mettendo a punto da anni: «Ingiustizia sociale e discriminazione sono i principali ingredienti per la diffusione della corruzione: la via giudiziaria non riesce a marginalizzare la corruzione quando è così diffusa e a 13 anni dalla conclusione di indagini e processi la situazione sembra invariata».

L’ultimo fondamentale viaggio in Brasile, dove ha incontrato il responsabile dell’inchiesta che ha messo in croce il governo di Dilma Rousseff, il giudice Sergio Moro, lo ha fatto a marzo insieme a Piercamillo Davigo, diventato il presidente più combattivo e polemico che l’Associazione Nazionale dei Magistrati abbia mai avuto, assertore convinto di una concezione ben più classica e dunque repressiva di quella messa a fuoco ormai da Colombo. «È vero, noi manifestiamo sempre questa sostanziale differenza. Per Davigo la risposta alla devianza non può essere che repressiva. E lo pensano tantissimi. Io credo sarebbe più importante impedire che il reato produca profitto e lavorare su educazione e rieducazione al rispetto delle regole».

Meno carcere, più cultura. Rivoluzionario.

La triangolazione, davvero particolare, si è verificata a San Paolo, dove il procuratore Moro, grande estimatore dei giudici milanesi, ha raccontato di essersi ispirato a loro per la sua clamorosa indagine, ribattezzata “Operaçao Lava Jato”, che ha individuato nel governo Dilma una sorta di falso in bilancio condito da una serie di abusi d’ufficio. Una miscela che in Italia si è spesso trasformata nell’anticamera della corruzione. Colombo però preferisce usare prudenza: «Adesso che cominciano le Olimpiadi, risulta più evidente agli occhi del mondo che esiste in Brasile un problema grosso di corruzione. Anche se non conosco a sufficienza la realtà di quell’inchiesta per dare un giudizio approfondito. Sono stato la prima volta in Brasile nel 1993, insieme all’allora presidente dell’Anm Elena Paciotti e all’allora procuratore di Lugano Paolo Bernasconi. Passando davanti alla chiesa della Candelaria a Rio, vedemmo le sagome di alcuni ragazzini uccisi poco prima dalla polizia. Una terribile giustizia sommaria. M’informai e scoprii che all’epoca lo stipendio di un agente equivaleva a 25 birre al mese. Una cifra che non giustifica ingiustizie o corruzione, ma può spiegarle. Credo che oggi le cose siano un po’ cambiate ma forse non così tanto. Posso dire che quando la corruzione è diffusa come in Brasile, come lo era da noi, non può essere risolta solo sul piano penale ma anche su quello economico e dell’educazione».

Cosa intende per “piano economico”?

«Riguarda la giustizia distributiva, nel senso che, come diceva Dostoevskij, “sfamali e poi dai a loro la virtù”, intendendo dire che dove c’è una grande povertà non si può pensare che le persone non trasgrediscano e commettano diversi reati, tra i quali, appunto, anche la corruzione. In Brasile la situazione era tale che meravigliarsi della corruzione tra chi, per esempio, dovrebbe garantire l’ordine pubblico, sarebbe da ingenui».

È un principio applicato più volte anche in Italia dove una recente sentenza di Cassazione ha annullato la sanzione a una persona che aveva rubato in un supermercato. Ma per chi non agisce “in stato di necessità”, cosa bisogna fare?

«Il problema per chi ha fame si risolve attraverso una politica sociale. Per chi invece, e sono tanti, ha una relazione effettiva con la corruzione senza avere problemi di sopravvivenza, secondo me la risposta deve essere duplice: impedire che il delitto paghi, ma impedire anche che chi ha corrotto o è stato corrotto possa farlo ancora; dall’altra è necessario dedicare grande impegno e grandi mezzi all’educazione, vista la diffusione del fenomeno».

Che tipo di educazione per una società come la nostra e quella brasiliana, così simile a come eravamo noi 20 anni fa?

«Un’educazione che deve tendere alla comprensione che il rispetto delle regole, quando garantiscono a tutti la stessa dignità, è interesse delle persone stesse. Perché in caso contrario si verificano i guai che sono accaduti in Italia».

Non è un po’ utopistico?

«Non credo sia difficile far capire a chi corrompe che tutto ciò porta danni alla collettività. Il problema è di scelta delle strategie politiche. Si tende a rispondere al fenomeno generalmente alzando le pene che però non possono costituire un deterrente, specie nella misura in cui le corruzioni scoperte sono una su mille o su diecimila, mentre poco si fa perché i cittadini, iniziando da bambini, imparino ad essere capaci di usare responsabilmente la loro libertà».


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