provaci ancora brasile

Miseria nera e ricchi latifondisti le mille facce di un Paese che dà ossigeno al resto del mondo

Ma quanti “Brasile” ci sono, quanti? Intanto, c’è sicuramente quel Brasile che vedremo nella cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi, dove colori, danze, costumi, musiche, e luci, racconteranno con le coreografie di Deborah Colker, gli intrecci felici del mito di questo Paese, il mito della beleza, della saudade, del samba, della natura regina, delle mulatte scolpite dalle onde di Copacabana, e di quell’“uomo cordiale” che Machado de Assis trovava dentro lo scavo d’una società multirazziale, multilingue, multireligiosa.

Però, poi, quanto questi intrecci raccolgano davvero la realtà di un Paese complesso, affascinante ma difficile dietro l’apparente semplicità dei suoi caratteri identitari, resta il problema che tanti che hanno viaggiato il Brasile si portano via senza risposte quando rientrano con le proprie valige e gli stupori insoddisfatti.

Perché uno dei tanti “Brasile” che poco si vede è quello che il processo di modernizzazione avviato dal presidente Lula da Silva nel 2003 ha saputo tirar fuori dalla povertà, sottraendolo a un destino che sembrava immutabile nel tempo. Questo Paese che poi è un continente (è grande 34 volte l’Italia, il Brasile, e la sua geografia si estende quanto tutta l’Europa) ha numeri e grandezze stupefacenti, e nei grandi numeri rischia di perdersi l’identità delle storie che essi misurano. Infatti: le storpiature angosciose delle favelas, dove spesso si vive ammassati come formiche spente, la miseria estrema di molte campagne, e non solo del NordEste, il degrado delle sterminate periferie urbane, fin da San Paolo che pure è il cuore economico del paese, sono tuttora un mondo che, disperso nel Brasile del mito, conferma però quanto esteso e profondo sia comunque il tracciato della “geografia della fame” che disegnava Josué De Castro; e tuttavia le riforme introdotte da “Lula” e poi confermate da Dilma Roussef hanno strappato via da quel tracciato di disperazione quasi 40 milioni di persone, come fosse una intera Spagna che ha mutato le proprie condizioni di vita e nemmeno ci se ne avvede molto.

Le contraddizioni scivolano via indistinte, perdute nel brillio colorato del mito brasileiro, bellezza samba e sottosviluppo. E però, c’è ancora un altro “Brasile”, quello della distorsione sociale, che nel Paese del gigantismo e degli eccessi non può che essere una distorsione estrema, quale poche se ne misurano nel mondo: è il Paese dove la banca centrale ha riserve per quasi 400 miliardi di dollari ma la forbice sociale si apre drammaticamente a separare con un abisso di distacco la pattuglia sparuta dei più ricchi da tutti gli infiniti altri («Un Belgio di pochi da un’India dei molti», dicono i sociologi, che lo chiamano “Belindia”), dove la rete idrica e l’acqua potabile sono tuttora un problema nazionale mentre si conta la più alta concentrazione al mondo di proprietà terriera, l’1 per cento che ha il possesso del 50 per cento di sterminati latifondi, dove la corruzione e la burocrazia – cresciuta del 30 per cento in dieci anni - dominano ogni rapporto con le istituzioni e con la politica fino a portare all’impeachment della Presidenta in uno scontro che distrugge la credibilità del paese e allontana gli investimenti del mercato internazionale, e dove, infine, si frantuma e si arresta con una caduta del 3,8% del Pil quella spinta della crescita che aveva portato uno di questi “Brasile” – quello ufficiale, delle statistiche – a esser parte con pari dignità del gruppo di autentici giganti come la Russia, l’India, e la Cina, l’orgoglioso Bric che stava cambiando le classifiche mondiali del potere e dello sviluppo.

E c’è poi l’ultimo di questi “Brasile”, quello degli indios e del pianeta verde dell’Amazzonia. Meno di un milione, ormai, di uomini e donne che consumano ogni possibile futuro schiacciati nel fondo estremo della scala sociale. La foresta – immensa, un universo di specie biologiche fissato agli albori dell’umanità – perde lentamente ma progressivamente la propria storia, consegnandola alla rapina d’un arraffo che nel progetto nominale della modernizzazione distrugge indifferente ogni forma di vita. Ma quest’ultimo “Brasile” appartiene al mondo, gli dà ossigeno e respiro, ne rallenta il degrado ecologico; e la responsabilità della sua conservazione sovrasta, e nobilita, il consumo di Brasile/mito che tra pochi giorni faremo nelle Olimpiadi del colore e della beleza.


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