Provaci ancora Brasile

Dilma e Lula prigionieri dell’antica catena coloniale

La crisi politica che alla vigilia delle Olimpiadi di Rio paralizza il Brasile, è il sintomo della malattia che sta frenando il grande Paese sudamericano nel cammino al proprio posto di grande potenza economica e politica nel mondo multipolare, al quale sembrava avviato nel decennio passato.

La comprensione della situazione politica brasiliana attuale ha bisogno di alcuni elementi. In primo luogo vi è la caduta del governo imperniato dal 2003 sul Partito dei lavoratori (PT), sempre obbligato a trattare con alleati centristi. Per salvare se stesso, un intero Senato dalla moralità almeno dubbia (l’Ong “Trasparenza Brasile” calcola che il 59% dei parlamentari abbia carichi pendenti, dal riciclaggio alla tortura), ha messo in stato d’accusa e sospeso la presidente Dilma Rousseff, della quale nessuno sa dire di cosa sia accusata. L’impeachment è stato esclusivamente politico, con l’ignominia di parlamentari che hanno votato in onore di chi torturò la giovane Dilma durante la dittatura civico-militare. Prima di colpire la presidente, la gogna era toccata al predecessore Lula Da Silva, anch’egli virtualmente senza accuse, che ancora nel 2015 era stato elogiato da Barack Obama come uno dei più autorevoli politici del nostro tempo, un campione della lotta alla povertà e un possibile candidato a segretario generale dell’Onu.

In secondo luogo, il voto che ha sostituito Rousseff con Michel Temer ha ribaltato il segno politico del Paese senza alcun passaggio elettorale. Ciò sarebbe cosa possibile anche se criticabile in un regime parlamentare, ma è insolito in uno presidenziale: un vero golpe parlamentare, secondo molti analisti tra i quali Pablo Gentili, segretario generale della Clacso, forse il più importante think-tank latinoamericano. La settima economia al mondo è così passata dalla sera alla mattina da un governo di centro-sinistra a uno di destra, composto esclusivamente di uomini, bianchi e ricchi, sette dei quali già inquisiti, duramente revanscista verso Lula e Dilma.

La posizione di quest’ultima si era resa fragile non tanto per la crisi economica, per il declinare del ciclo progressista nella regione latinoamericana, per le proteste di piazza soprattutto delle classi medie o per altri fattori endogeni, ma per l’esplosione dell’enorme scandalo di corruzione, noto come Lava Jato, che coinvolgeva maggioranza e opposizione, salvo lei. Così l’obiettivo della messa in stato d’accusa – si ascolta in molteplici intercettazioni – era dare in pasto la presidente proprio per frenare le inchieste per corruzione. A poco è servito: da maggio in qua tre ministri di Temer sono caduti, tra i quali quello alla Trasparenza. Perfino il presidente della Camera Eduardo Cunha, la mente stessa dell’impeachment, ne è stato travolto con la denuncia di enormi fondi neri in Svizzera e Uruguay, e ne è lambito anche Aécio Neves, il candidato delle destre sconfitto nel 2014 proprio da Rousseff.

Così uno scandalo di corruzione travolge non solo una classe politica intera ma mette in scacco un Paese fino a ieri ottimista nel percorso al suo destino manifesto di grande potenza pacifica.

Lava Jato chiama in causa il ruolo di Petrobras, la petrolifera pubblica, tra le maggiori per capitalizzazione del pianeta. In un Continente dove il sistema fiscale non serve a ridistribuire, e dove la sinistra arrivò al governo nel 2003 evitando sempre lo scontro con il grande potere economico, Petrobras è stata in questi anni la cassaforte con la quale sono stati finanziati tutti i programmi sociali che hanno permesso a 50 milioni di brasiliani di transitare dalla povertà verso la classe media. Anche se di complessa lettura è un risultato ammirevole ma ottenuto al prezzo della perdita dell’innocenza per la sinistra. In un contesto caotico quale quello parlamentare brasiliano, nessuna legge, nessun programma sociale del governo, nessuna azione di lobby che permettesse a Petrobras di rafforzare il proprio ruolo nel mondo è mai passata senza robusti passaggi di tangenti.

Fin dal primo mandato di Lula emerse che i soldi di Petrobras servivano a pagare il “mensalão” (stipendione), la sistematica corruzione – a fin di bene – di parlamentari dell’opposizione che avrebbero altrimenti fatto ostruzionismo selvaggio impedendo al PT, che mai ha avuto la maggioranza, di rispondere all’enorme debito sociale e alle aspettative delle masse che l’avevano portato al governo.

Nonostante il Brasile resti un Paese moderno, con un mercato interno prospero, destinato a dire la sua nel mondo globalizzato e che merita la vetrina olimpica, come già seppe organizzare benissimo i mondiali di calcio 2014, l’aver dovuto far dipendere il più avanzato progetto di inclusione sociale della Storia, quello tentato dal PT in questi anni, dal finanziamento dato dall’export di materie prime, è la catena che tuttora lo lega al passato coloniale e di sottosviluppo del quale la corruzione è sintomo. E neanche Lula e Dilma, probabilmente due dei politici più benintenzionati del XXI secolo, sono riusciti a spezzare quella catena.

*Storico dell’America Latina, insegna a Macerata


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