Provaci ancora Brasile

Copacabana la spiaggia mais linda

Ho una vecchia amica che è nata e vive a Rio de Janeiro nel sussiegoso quartiere del Flamengo. Per inciso, a Rio puoi essere sussiegoso quanto vuoi ma nell’aria c’è sempre e ovunque, viva e fremente persino negli ottoni dorati di una banca d’affari, una certa qual voglia di favela; come del resto non c’è favela, tra Dona Maria, il Maré e la Providencia, che non abbia il suo che di sussiego, e, di più, un suo recondito bisogno di eleganza. La mia amica non è propriamente la Garota de Ipanema, è alta un metro e una lametta e pesa quanto un fringuello, eppure se non te la senti di salutarla come la coisa mais linda, ti accorgi al primo sguardo che è mais cheia de graça. E anche questa è una cosa di Rio, che c’è ovunque un proposito di graça, e forse in chiunque. Forse, con tutti i massacri eccetera. Delle molte cose che la mia amica cheia de graça mi ha insegnato di Rio e del Brasile, riporto un fatterello che mi ha illustrato in modo semplice e chiaro il succo del lulismo del popolo. Una notte, attardati nell’interiore di Copacabana, capitammo in una piazza mal messa e mal illuminata piena zeppa di gente stesa a terra a dormire, mangiare, fumare, tutta gente malmessa come la piazza.

Protettivo, ho preso sotto braccio il fringuello per tagliare la corda con svelta dignità, ma l’amica mi ha fermato: non c’è da aver paura, sono tutti trabalhadores. Venivano dalle favelas, non avevano tempo per tornare a casa, all’alba avrebbero preso a fare il loro lavoro: raccogliere lattine e bottiglie di plastica lungo i dieci chilometri della spiaggia che doveva rimanere la più bella del mondo. Fino a pochi mesi prima erano la feccia disoccupata, inoccupata, vagante di Rio, ora funzionari governativi; il governo li pagava a peso del accolto, pagava poco, subito, sempre. La spiaggia diventata la coisa mais linda, ciascuno di loro un trabalhador di cui non aver paura.


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