Insetti la conquista

Sulla salute delle api si misura il nostro stato di salute

Albert Einstein non la disse mai, quella “celebre” frase sulle api che tutti gli attribuiscono. È solo una delle tante leggende che si diffondono sul web; una bufala. Ma anche se, dunque, non è vero che «se un giorno le api dovessero scomparire all’uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita», è pur vero che noi umani abbiamo un grosso (e reale) problema con api ed alveari. Per una serie di ragioni, ci avvertono gli scienziati, le popolazioni di api e gli alveari stanno declinando da qualche anno a questa parte. Si tratta di un fenomeno preoccupante, fa sapere l’Ipbes, (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), che è l’organismo Onu che si occupa dei problemi della biodiversità e dello stato degli ecosistemi. In un rapporto diffuso lo scorso febbraio, l’Ipbes ha ricordato che il 5-8% del volume della produzione agricola globale dipende direttamente dall’impollinazione assicurata da api, farfalle e altri insetti, e che tre quarti degli altri principali raccolti alimentari possono dipendere indirettamente, dal punto di vista della qualità e del rendimento, dall’impollinazione, ovvero dal trasferimento di polline dalle parti maschili a quelle femminili dei fiori per consentire la riproduzione. E senza ombra di dubbio, dicono gli esperti Onu, negli ultimi anni si è registrato un declino delle popolazioni di api che può creare problemi seri. Anche se riso, grano e altri cereali, non utilizzano la via dell’impollinazione, problemi potrebbero sorgere per prodotti diffusissimi come il cacao, le mele, i manghi, i cetrioli, le mandorle e le more, solo per fare qualche esempio. Parliamo di un valore economico quantificato dal rapporto tra 235 e 577 miliardi di dollari. Una fortuna.

Molte sono le cause di questo declino, che si è cominciato ad avvertire con nettezza dall’inizio degli anni ‘90: perdita di habitat, pesticidi, inquinamento, l’offensiva di specie avverse, la diffusione di agenti patogeni e il cambiamento climatico. Certo è che questo fenomeno si evidenzia con maggior forza in Europa Nordoccidentale e in America del Nord. In Europa, sono a rischio estinzione il 9% delle specie di api e farfalle, e si registra un declino del 37% della popolazione di api e del 31% di quelle delle farfalle. Negli Stati Uniti, ha fatto sapere l’Usda, il dipartimento federale per l’agricoltura, nel corso dell’inverno 2015-2016 il 28% delle colonie di api sono state perdute in quella che è stata chiamata “colony collapse disorder”. Nel 1940 negli Stati uniti si stimava la presenza di almeno 5 milioni di colonie di api, ora sono la metà, e lo stesso presidente Obama ha creato una task force per studiare il fenomeno. Più difficile conoscere la situazione negli altri continenti, dove si dispone di pochi dati.

Sulle cause del problema gli scienziati hanno le idee relativamente chiare. C’è il discorso della perdita di habitat, con la conversione di praterie fiorite in monocolture a cereali; e c’è un imputato che in pratica è reo confesso. È un parassita chiamato “Varroa destructor”, che colpisce le api operaie. Un altro imputato certamente colpevole sono i pesticidi, il cui utilizzo è diffusissimo. Tra questi ci sono i cosiddetti neonicotinoidi, tra i più utilizzati nel mondo agricolo, e i più redditizi per le imprese che li producono (come Syngenta) e quelle agricole intensive che li usano massicciamente. Ricerche uscite su riviste prestigiose (da Nature a Science) hanno dimostrato sin dal 2012 che queste sostanze hanno effetti gravissimi sulla salute (per esempio, sull’orientamento) delle api anche a dosi inferiori a quelle mortali. Anche l’Efsa, la Authority per la sicurezza alimentare dell’Unione Europea ha confermato questi studi, tanto è vero che l’Ue ha sospeso l’impiego di tre tipi di pesticidi neonicotinoidi per tre anni dal 2013. Ma altri tipi, invece, sono autorizzati, e alcuni paesi si oppongono al bando e di fatto riescono ad aggirarlo. Gli ambientalisti chiedono con forza la messa al bando dei sette pesticidi più pericolosi (clothianidin, imidacloprid, thiametoxam, fipronil, clorpirifos, cipermetrina e deltametrina), oltre all’adozione di piani d’azione per sviluppare pratiche agricole non dipendenti da prodotti chimici e rispettose della biodiversità. Ma ci sono forti resistenze.


[Numero: 38]