Insetti la conquista

Senza insetti un mondo senza fiori

Enrico Alleva, etologo e accademico dei Lincei, non è di quelli dediti a smancerie. Per esempio le blatte sono blatte, «si legano a zone sporche, sono vettori di agenti patogeni». La malaria, altro esempio, in Italia è stata sconfitta dopo dichiarazione di guerra alle zanzare, «anche se non sappiamo, e speriamo di non scoprirlo, quali danni abbia arrecato, a noi e alle generazioni che seguiranno, l’uso del Ddt». Però, quando gli racconto della convivenza di mia madre con un ragno (che non è un insetto, ma un aracnide, col consenso del professore lo mettiamo nel gruppo), e che aveva preso domicilio nella sua auto, e scendeva da un filo di ragnatela quando lei accendeva la radio, non si stupisce: «I ragni comunicano attraverso vibrazioni della tela. Sono sensibili ai suoni».

Era attratto dalla musica?

«Non si possono fare speculazioni ma non mi stupirei se fosse così».

Professore, nel nostro mondo, diciamo quello occidentale, come è cambiato nei secoli il rapporto dell’uomo con gli insetti?

«Non molto, però i nostri nonni o bisnonni, diciamo fino alla Prima guerra mondiale, praticavano la bachicultura. Non è che fosse come avere un pollaio, però era molto diffusa. Poi, nelle comunità più naturalistiche, come quella tedesca o inglese, si parla di giardino delle farfalle, che sono attratte da fiori grandi e colorati: tutto diventa più bello. Sono valori, non soltanto estetici, positivi. Oltretutto è vero che ormai qui gli insetti sono meno insidiosi, a differenza di altre parti del mondo; la presenza di pulci non più un indicatore antropologico di povertà e salute».

Lei parla delle farfalle, ma sono graziose da sempre.

«Danno un’idea di levità e di caducità, non sono solamente belle e colorate. Dante chiamava l’anima “angelica farfalla”».

Ma gli insetti fanno per noi qualcosa di buono che ignoriamo?

«Ribadiamo che senza gli insetti avremmo un mondo senza fiori. Già questo basterebbe. Qualcosa di buono, anzi di indispensabile, lo fanno i molti insetti detritivori, quelli che ingeriscono sostanze in decomposizione. Quando moriamo alcuni insetti si occuperanno di smaltire la nostra salma. Senza i detritivori il mondo non andrebbe avanti. Ha mai sentito parlare di entomologia forense?».

Lo studio degli insetti sui cadaveri?

«Esatto. C’è una bella fiction americana il cui protagonista è un entomologo forense e in base alla presenza di animali nel corpo delle vittime è in grado di stabilire da quanto è stato compiuto il delitto o persino dove, se il corpo ospitasse insetti che vivono soltanto nelle vicinanze di un particolare tipo di albero».

Comunque ci sono insetti esclusivamente dannosi. Magari i pidocchi.

«In Madagascar avvertivo l’arrivo della sera perché cominciavo a essere assalito dalle pulci, il che è probabilmente inutile e sicuramente sgradevole. Però è sempre consigliabile per l’Homo sapiens sapiens cercare di semplificare il proprio rapporto con la natura, purché tenga presente che sterminare delle specie a proprio piacimento è potenzialmente fallace».

Professore, perché gli insetti ci incuriosiscono tanto. Soprattutto i bambini?

«Il motivo principale è che per un bambino, soprattutto se vive in città, le probabilità di imbattersi in una mosca o in una coccinella è molto più alta che quella di imbattersi in un lupo o in un gufo. I bambini sono curiosi, attratti da ogni essere vivente e i bambini dell’Italia rurale conducevano una vita piena di altri animali. Tra l’altro il cavallo o la vacca o il cane hanno un nome, una personalità, persino una biografia, per cui incontrarli può essere particolarmente stimolante. Sono caratteristiche non riscontrabili negli insetti per cui questa tendenza a cercare e osservare formiche, millepiedi e scorpioni la trovo importante per un’educazione anche morale».

L’idea dell’esplorazione e del rispetto.

«La passione entomologica è molto interclassista, e invece devo lamentare la tendenza di oggi a procurarsi animali esotici o orridi, come iguana e serpenti, che la gente compra per stupire gli ospiti e per esibire le sue possibilità economiche».

Ma perché molti di noi hanno ribrezzo o paura degli insetti, che sono piccoli e in gran parte innocui?

«Insomma, innocui non direi. Alla larga dai gialli e neri! Pungono e fanno molto male. Altri, come accennavo prima, sono vettori di malattie. Oggi magari prevale la curiosità ma nella vecchia cultura contadini gli insetti minacciavano i campi e il corpo umano. Quindi magari ci è rimasto dentro qualcosa».

Però restiamo sempre molto affascinati dalle loro strutture sociali.

«Ne sono rimasti incantati poeti, giuristi, statisti. Sono meravigliose società castali, ordinate, rigorose, altruistiche. L’ape sa che se punge morirà, ma punge per il bene comune. Poi, certo, le api sono tutte sorelle per cui forse c’è una quota di egoismo genetico, ma l’ape morirà sempre per difendere le sue sorelle e il futuro dell’alveare. Sono società che funzionano perfettamente da migliaia di anni, senza mai uno sgarro».

Quindi le invidiamo? È la nostra utopia?

«Io non le invidierei. Sono società che vanno avanti per leggi molto semplici che non sarebbero applicabili già in un branco di lupi, tantomeno in un gruppo di macachi. Poi sono anche società crudeli, in cui tutti i maschi sono destinati a morte precoce. Lasciamo perdere...».

Lei ha mai mangiato un insetto?

«Una volta in Borneo ho mangiato larve di coleottero. Sono molto curioso. Avevano un sapore dolciastro. Forse un giorno anche da noi ci si ciberà di insetti, sebbene bisogna sapere che già succede».

Succede?

«Il formaggio coi vermi! Buonissimo».

Quali sono per lei gli insetti più belli?

«Ce ne sono molti. Come non ammirare la grazia delle vespe, e anche delle cimici, non quelle da letto, quelle verdi, che emanano un cattivo odore ma sono molto belle. Il mio preferito in assoluto è la cerambice, un meraviglioso coleottero. Adoro i coleotteri, mentre molti miei colleghi preferiscono i lepidotteri. Ma qui entriamo in una dimensione simile a quella per l’amore per le squadre di calcio».

Se posso, il mio è il cervo volante.

«Stupendo!». E banale: non lo dice, ma lo pensa.


[Numero: 38]