Insetti la conquista

Metti un’arnia sul balcone di casa

Dal suo nuovo ufficio all’Environment Park, sulla riva del fiume Dora a Torino, Antonio continua a sognare le api del balcone della sua vecchia casa, in pieno centro città. Andando a trovarlo, fino a non molto tempo fa, poteva capitare di prendere un caffè seduti accanto a 120mila api, accolte nelle due arnie con vista Mole. Antonio è stato il primo apicoltore urbano d’Italia, portando nel nostro Paese una pratica già ampiamente diffusa all’estero, in particolare in Gran Bretagna e Francia. Il suo progetto Urbees, ha fatto nascere il miele di Torino. Oggi, dopo aver cambiato casa e tolto le arnie dal balcone, il progetto continua con la gestione di diversi apiari cittadini: al Bunker (centro sociale nel quartiere Barriera di Milano), sul tetto dell’hotel Principe di Torino, al PAV (Parco Arte Vivente), dove le api vivono in un’installazione artistica e, gli ultimi arrivati, a cascina Roccafranca e all’Environment Park.

Ma oltre al miele urbano oggi Antonio è impegnato in una nuova iniziativa, finanziata dalla Fondazione Scuola della Compagnia di San Paolo: il progetto TOBee. Un programma educativo finalizzato a far conoscere il territorio e la natura ai ragazzi delle scuole medie, con due mezzi: uno supertecnologico (gli smartphone) e uno naturale (le api). Sì, perché le api oltre a far il miele, possono essere un ottimo indicatore della biodiversità e dell’inquinamento ambientale.

«Come apicoltore urbano il mio obiettivo principale non è mai stato quello di produrre grandi quantità di miele. Quest’anno ci aggiriamo attorno ai 200 kg. Ma il nostro focus è la ricerca: con il progetto TOBee stiamo finalmente realizzando una mappatura della biodiversità urbana. Poiché il raggio di volo delle api è di un km e mezzo circa dall’alveare, per uno spettro d’azione di 7km quadrati, tramite l’analisi del polline raccolto si possono georeferenziare le tipologie di piante che popolano il territorio ». E mentre le api svolazzano di fiore in fiore raccogliendo inconsapevolmente i dati che saranno analizzati in laboratorio, gli allievi di dieci scuole medie si scatenano fotografando le piante che incontrano sul loro tragitto, per poi identificarle e classificarle con i tutor del progetto.

«Per quanto riguarda l’analisi degli inquinanti siamo in contatto con enti interessati a finanziare il progetto. Ma niente paura: mi sento sempre chiedere se il miele di città sia inquinato. Tutte le analisi contrastano questi timori: gli inquinanti si posano sulla cera, sulla propoli, sul corpo delle api, ma il prodotto finale, il miele, dato dal nettare (racchiuso in una parte protetta del fiore) non viene intaccato».

Se l’idea di fare l’apicoltore urbano è nata per Antonio grazie alla passione per gli insetti, è stata anche favorita da un particolare contesto ambientale: a causa dell’uso massiccio di pesticidi in agricoltura, le api sono sempre più minacciate. Anche per questo hanno iniziato a migrare verso la città, dove trovano grande varietà di fiori e piante con un minore uso di pesticidi. «Quest’estate in un giorno ci sono state quaranta chiamate per la presenza di sciami di api e ne sono stati registrati circa mille». Ma in Italia l’apicoltura urbana è ancora una pratica di nicchia, considerata spesso con scetticismo come una moda. Pochi gli altri casi di rilievo, tra i quali il progetto Apepé di Mauro Veca a Milano.

«Adesso che non ho più le arnie sul balcone mi devo accontentare di una formichina nell’armadio – racconta Antonio - L’ho incontrata alla fermata dell’autobus. Sapevo che era stata fecondata perché aveva perso le ali. L’ho raccolta e poi messa in provetta. Per ora si sono schiuse le prime uova: quando saranno venti o trenta formichine le metterò in un formicaio di mia costruzione».

Antonio è un grande osservatore dei “super-organismi”: alveari, formicai o nidi di termiti, ci spiega, possono essere considerati come un animale unico, quasi un mammifero. In un alveare ci sono i regolatori di temperatura (le api operaie), il sangue (il miele), le ossa (i favi), l’intestino retto (le operaie spazzine) e gli organi riproduttivi (la regina e i fuchi). Se muore la regina, muore tutto l’organismo perché non può più riprodursi. «Mi ha sempre affascinato studiare le somiglianze e le differenze con la società umana. Quando una regina depone le uova lascia l’alveare con uno sciame, per dare una casa sicura alle nuove generazioni. È buffo no? Nel mondo degli uomini succede esattamente il contrario».


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