Insetti la conquista

Buoni e nutrienti ma non salveranno il mondo

Gli insetti sono ecosostenibili? Fanno bene alla salute? Abituarsi a mangiarli salverà il pianeta? Ma soprattutto, bruchi, cavallette, formiche, calabroni e compagnia sono buoni? A quest’ultima domanda, con tutta probabilità, un paio di miliardi di persone al mondo risponderebbe con un convinto “sì”. Quanto alle altre faccende, be’, dipende.

L’interesse per l’entomofagia, pratica consolidata soprattutto in Asia, Africa e America Latina, è cresciuto nell’ultimo decennio anche nel mondo occidentale, complici le previsioni di un aumento del 70% della domanda di cibo entro il fatidico 2050. Se l’Unione Europea ha emanato solo lo scorso autunno una direttiva che consente il consumo umano di insetti, la Fao se ne occupa dal 2003 e negli ultimi anni ha inaugurato il programma Edible Insects, nella prospettiva di allargare le risorse e ampliare le abitudini alimentari di un pianeta che si avvia ai 9 miliardi di bocche da sfamare. Di insetti a tavola, da noi in Italia, si è parlato parecchio in occasione dell’Expo di Milano: più, in realtà, come bizzarria da pagina di costume o curiosità per gourmet avventurosi, che come seria opzione proteica per la dieta mediterranea. Molto serio, ma senza tralasciare un divertito spirito pionieristico, è invece l’impegno del Nordic Food Lab di Copenaghen, rinomato centro di ricerca gastronomica che ha dedicato tre anni a esplorare il gusto degli insetti in giro per il mondo, compilando un sorprendente atlante di striscianti delizie culminato nel film Bugs di Andreas Johnsen.

Sulle tracce del delizioso dove meno ve lo aspettereste, potreste dunque cominciare il vostro viaggio proprio in Italia, dalla Sardegna del Casu Marzu, il celebre formaggio con i vermi che appesta le cantine dell’Isola e delizia i palati più forti, per poi volare in America Latina, Africa, Sud-Est Asiatico, Giappone e Australia. Crudi, arrostiti, in spiedini, sottoforma di farina o di frittata, sono circa 2000 i tipi di insetti oggi consumati dall’uomo. Si va dai comuni grilli allevati in gabbie e mangiati fritti e croccanti, alle pregiatissime escamoles messicane note anche come “il caviale di insetti”, larvette di formiche dalla consistenza di ricotta servite su tortillas piccanti. C’è poi il punteruolo rosso della palma, un grosso scarafaggio le cui larve bianche e grassocce, estratte dai tronchi che infestano, sono ricche di proteine e zinco più di una bistecca; e ancora l’enorme termite regina, il cui corpo colmo di uova e dolce nutrimento, arrostito su una piastra e servito con salsa di mango, pare una piccola salsiccia. Sa invece di lime e liquirizia il giant water bug, insettone acquatico che i thailandesi usano per preparare una sorta di pesto piccante da mangiare con il riso glutinoso. Se le dolcissime honey pot ants, grosse formiche con una riserva di miele nel fondoschiena, neanche provano a difendersi quando vengono catturate da messicani o australiani golosi, possono al contrario rivelarsi letali i calabroni giganti giapponesi, seconda causa di morte fra i cittadini del Sol Levante, che pure continuano ad allevarli e mangiarli, distillando dal micidiale veleno un tipico liquore di benvenuto.

Ma se l’entusiasmo per la scoperta di inediti territori gastronomici è tanto, comincia invece a ridimensionarsi quel ruolo di “salvatori del pianeta” che a un certo punto è stato appiccicato agli insetti, nell’ansia di trovare il nuovo magico superfood, salutare e sostenibile, capace di ribaltare i destini dell’umanità. È vero, certo, che diverse specie sono ricche di proteine di alta qualità e di micronutrienti come ferro, calcio, magnesio, ma il loro apporto nutrizionale (nonché le eventuali insidie microbiologiche) dipende comunque dall’habitat e dal “substrato” con cui vengono nutrite. Per quanto riguarda l’impatto ambientale, di sicuro un allevamento di grilli rende più di uno di bovini, consumando meno suolo, meno acqua, meno risorse. Guardando ai grandi numeri, però, il rischio è di ricadere nella trappola degli allevamenti intensivi, aggiungendo semplicemente un altro tassello a un sistema cibo ormai insostenibile. Che si tratti di polli o scarafaggi all’aroma di lime, insomma, una cosa è certa: la via per nutrire il mondo dovrà passare da un cambiamento radicale.


[Numero: 38]