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Perché la violenza sulle donne è un affare di Stato (e di governo)

Da trent’anni i Centri Antiviolenza nati dal movimento delle donne adottano un metodo creato dalle femministe e via via aggiornato con la pratica. La Rete si riunisce periodicamente in una “Scuola di politica” cui partecipano anche donne che non sono operatrici dei Centri ma attratte da una delle più longeve esperienze femministe. Uno degli argomenti dell’ultimo incontro della Scuola, a L’Aquila, è stato il rapporto con le istituzioni, cui i Centri sono quasi costretti dalla cronica mancanza di fondi. Ma si è discusso anche dell’essere una sorta d’istituzione per durata, persistenza, affidabilità e identità. Non è senza aspre contraddizioni che i Centri femministi si definiscono così. A volte, dicono le operatrici, trovare i soldi per non chiudere è una necessità così pressante da irrigidirle, insidiando la capacità di rigenerarsi, rimanere vitali. Eppure le donne danno prova di una creatività, praticità e spregiudicatezza che non ha nulla di istituzionale. Quando manca un indirizzo nascosto e sicuro dove accogliere le donne che rischiano la vita per mano dei violenti, sono capacissime di nasconderle in un albergo e pensare che domani è un altro giorno, una soluzione si troverà.

Da quando collaboro con D.i.Re – rete a cui aderiscono 75 centri antiviolenza - rifletto sul confine fecondo di un’esperienza che sovverte la divisione fra pubblico e privato, dando vita a una reciproca contaminazione. Nel pensiero politico occidentale, infatti, lo spazio chiuso che i greci chiamavano oikia si oppone allo spazio aperto, agora. La vita delle donne è stata prevista solo nell’ambito dell’oikia finché, con la filantropia (anche molto radicale), le donne hanno occupato gli interstizi, zone grigie fra un mondo e l’altro. Dalla fine dell’800 il femminismo militante ha preteso l’inclusione nello spazio pubblico dei diritti civili e politici, ma nel ‘900 il separatismo, ovvero fare politica fra sole donne e solo per le donne, ha mantenuto viva la “stanza tutta per sé”. I Centri (che significativamente spesso si chiamano “case”) sono frutti autentici e interessanti di questo lungo percorso. Gestiscono luoghi segreti e difendono il desiderio di libertà delle donne – riconoscendolo identico al loro – ma sono anche cellule eccentriche di rinascita, espressione della utopia di costruire un mondo più armonioso per entrambi i generi.

Mi ha sempre stupito l’incapacità italiana di riconoscere e valorizzare questo patrimonio, ovvero una rete nazionale organizzata, efficiente, aggiornata e competente. In altri paesi ne avrebbero fatto tesoro, là dove le istanze e le invenzioni dei movimenti radicali hanno modernizzato la società e contribuito alla convivenza civile. Per combattere la violenza maschile la Spagna, ad esempio, ha adottato oltre dieci anni fa l’analisi femminista: il problema è strutturale e affonda le sue radici nella discriminazione. Quindi le istituzioni hanno consultato una parte consistente del movimento femminista che ha interloquito, anche criticamente, con i pubblici poteri. È stato adottato un piano nazionale onnicomprensivo per il cambiamento della cultura e nelle relazioni reciproche fra i generi. Le leggi colpiscono severamente minacce anche lievi, si dà sostegno delle donne che lo richiedono, si monitora l’efficienza delle soluzioni. L’ Italia invece usa da sempre un approccio neutro, come se la violenza maschile fosse un problema di mero diritto criminale. I comportamenti sono puniti solo a posteriori, quindi si interviene sul fenomeno compiuto o in corso di svolgimento. È sbalorditivo che il Piano nazionale antiviolenza, adottato dal Governo dopo lunghe traversie, sia scritto non già in collaborazione con Associazioni e con Centri Antiviolenza, cioè chi affronta e conosce davvero la violenza di genere, ma anzi contro di loro. Mancanza di buon senso, spreco di risorse, presupposto di una mancanza di efficacia pressoché totale, come è oggi sotto gli occhi di tutti.


[Numero: 37]