avanti ragazze

Mia zia Adele costituente dolce e severa

Avere avuto in famiglia un monumento di storia patria come Adele Bei, antifascista, partigiana, condannata dal Tribunale speciale a una pena mostruosa (17 anni di carcere), poi al confino a Ventotene, tra le 21 costituenti, senatrice di diritto – l’unica donna inserita nel decreto del ‘48 con cui si sottraeva “per meriti antifascisti” una ristrettissima cerchia di perseguitati dal rischio di non essere eletti – nel primo parlamento, avere avuto in casa un tipino così, in realtà è stato semplicissimo. Perché a nessuno della famiglia “zia Adele” ha mai fatto pesare nulla. I miei sono soltanto ricordi di bambino, ma anche risalendo il fiume degli aneddoti familiari questa “rivoluzionaria di professione”, smessi i panni della comunista combattente, mi appare sempre come la donna semplice, figlia di boscaioli, che era stata da ragazzina. Capace di togliersi il tailleur da deputata e aiutare mia nonna in cucina a chiudere i cappelletti o disputare un’accesa partita a scopa con mio nonno, magari bestemmiando.

Ogni tanto però tornava nel ruolo. Come quando alla befana passava da casa nostra a riprendersi tutti i giochi meravigliosi che aveva portato a Natale a mia madre e suo fratello. «Voi ne avete tanti altri, adesso facciamoci giocare un po’ anche i bambini che non ne hanno nessuno». Impertinente ed eterodossa lo rimase sempre, e quando c’era da combattere per le donne era la prima. Spesso contro il suo stesso partito, negli anni Cinquanta ancora chiuso in un bigottismo maschilista. Quando la sua Cgil firmò, con squilli di tromba, un accordo salariale che non rispettava la parità di genere, sull’Unità Adele divenne una furia: «Si arriva al punto di dire che le donne mangiano di meno, che hanno meno bisogni per mantenersi, meno sforzi per poter vivere. Compagni, tutto ciò è assurdo e ridicolo. Questa è una grande ingiustizia».


[Numero: 37]