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Lisistrata protestava e i greci a teatro ne ridevano

Se i Greci avessero preso in considerazione la possibilità di nominare prefetto una donna, sarebbero stati dei marziani. Nel loro mondo una donna poteva gestire il potere se ereditava un regno dal padre o dal marito, come Artemisia, regina di Alicarnasso, che partecipò ai consigli di guerra di Serse durante l’invasione persiana della Grecia; o se era l’amante in carica di un politico di lungo corso, come Aspasia, la donna di Pericle. Ma questi sono ruoli accettati in tutte le epoche: anche nell’Europa patriarcale e maschilista di qualche secolo fa gli uomini s’inchinavano davanti alla regina Elisabetta o alla zarina Caterina, a madame de Maintenon o alla marchesa di Pompadour.

I greci però erano gente alquanto diversa rispetto agli europei venuti dopo, e prevedevano anche un altro ruolo di comando per le donne, come sacerdotesse degli dèi: a partire dalla Pizia, che interpretava la voce del dio a Delfi. Le religioni monoteiste hanno spazzato via una sacralità dell’elemento femminile che invece si ritrova in molte culture politeiste. Ma che le donne potessero intromettersi nella politica della città, era rigidamente escluso: la democrazia era una faccenda di maschi, le donne sposate stavano a casa, uscivano poco e solo col velo, e si chiudevano nelle loro stanze quando il marito si portava a casa gli amici. Da questo punto di vista Atene doveva assomigliare a quelle città del mondo musulmano dove sono i mariti a fare la spesa, e la folla del mercato è composta soprattutto di uomini.

Ma siccome i Greci, senza essere dei marziani, erano gente davvero strana, anziché accettare la loro società come un dato di fatto non smettevano di analizzarla e di prospettarsi scenari alternativi. E dunque le donne stavano chiuse in casa, ma gli uomini anziché ignorarle si interrogavano su di loro. Nel teatro ateniese, che era un rito religioso e una festa civica, gli uomini che affollavano gli spalti – col biglietto pagato dallo stato, perché andando a teatro i cittadini imparavano cose utili alla città – scoprivano che proprio le donne potevano offrire uno sguardo alternativo, mettendo in discussione la moralità della legge e dell’ordine costituito: come l’Antigone di Sofocle, che si ribella a un decreto disumano in nome di una legge più alta.

Ma è nelle commedie di Aristofane che la ricerca di uno sguardo straniante, per spingere la gente a mettere in dubbio la realtà e a guardarla con occhio critico, arriva all’impensabile: e cioè ad attribuire alle donne un ruolo politico attivo. In Lisistrata le donne di tutta la Grecia, disgustate per l’imbecillità con cui i loro mariti governano, si coalizzano per fare il colpo di stato e mettere fine all’assurda guerra fra Sparta e Atene. Gli uomini non la prendono bene: il commissario mandato a domarle affronta Lisistrata e all’inizio rifiuta anche solo di ascoltarla. «Cosa sto qui a discutere con una che porta il velo!», proclama da vero macho. Ma Lisistrata gli chiude la bocca, dimostrandogli che gli uomini, col loro assurdo senso dell’onore e le loro reazioni infantili, sono meno adatti al governo delle donne, a cui i lavori domestici hanno insegnato la pazienza, il gusto dell’ordine e l’arte del compromesso.

Certo, non bisogna illudersi: la rivolta di Lisistrata rimane un paradosso. Lo stesso Aristofane, quando riprende il tema nelle Donne al parlamento e spinge l’assurdo ancora più in là, fino a immaginare che le donne governino stabilmente la polis, scade nella volgarità da avanspettacolo: la prima legge fatta dalle donne decreta che anche le vecchie e le brutte hanno diritto ad andare a letto coi bei giovanotti. Il pubblico ride e si conferma nell’idea che una donna prefetto o commissario sarebbe una pazzia. Ma Lisistrata rimane come una pulce nell’orecchio, a ricordare che il mondo reale non è mai l’unico mondo possibile.


[Numero: 37]