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La città degli uomini e quella delle donne

Immaginate una sera d’inizio estate. Un parco cittadino, locali lungo il fiume in cui i giovani si riversano per qualche ora di spensieratezza. Quando si fa tardi, per tornare a casa, si possono scegliere due cammini: uno all’esterno e uno all’interno del parco. Siete donne, magari due o tre amiche. Cosa fate? Attraversate i vialetti un po’ bui? E se foste uomini? La vostra scelta sarebbe probabilmente diversa.

Secondo un ricerca commissionata in Francia nel 2015 dal Consiglio nazionale per l’uguaglianza tra i generi, la totalità, il 100%, delle donne che utilizza trasporti pubblici a Parigi ha dichiarato di essere stata oggetto almeno una volta di aggressioni o molestie sessuali. Il problema è che ancora oggi “la città è disegnata dagli uomini e per gli uomini”, come recita il titolo del libro manifesto dell’architetto francese, Yves Ribaut (La ville faite par et pour les hommes, Belin 2015) e che ha recentemente riaperto il dibattito sul ruolo dell’architettura per il raggiungimento della parità dei sessi.

All’idea di una mappatura della città in base alle percezioni uomo/donna lavora dallo scorso anno un’associazione francese: Womenability. Prendendo spunto dalla pratica delle passeggiate esplorative (exploratory walks), questo gruppo di giovani architetti (donne e uomini) ha deciso di realizzare uno studio sulla percezione che le donne hanno delle grandi città, non solo in termini di sicurezza, ma anche per quanto riguarda trasporti, gestione familiare, accesso alle strutture sportive e ricreative. «Inizialmente pensavamo di prendere in esame solo città con più di 200mila abitanti – racconta Charline Ouarraki, cofondatrice e responsabile del progetto – Ma erano ancora troppe. Avevamo bisogno di un secondo criterio. Così abbiamo pensato di scegliere quelle guidate da un sindaco donna: di colpo nel mondo ce n’erano poco più di quaranta».

Solo quaranta grandi città in tutto il mondo guidate da donne. A cui si aggiunge un dato curioso sulla toponomastica: soltanto il due per cento dei nomi di strade e piazze in Francia è dedicato a figure femminili. Difficile credere che in Italia la situazione sia molto diversa: la presenza femminile continua ad essere assai limitata nella geografia cittadina. Come cambiare questo stato di cose? «Vogliamo collezionare le pratiche migliori usate nel mondo per ridurre il gender gap e aiutare le donne a riappropriarsi delle città. In ogni città che visitiamo chiediamo alle partecipanti di compilare un questionario per capire i loro bisogni, desideri e aspettative». Un viaggio iniziato l’anno scorso e che ha già toccato diverse tappe: in Europa (Zurigo, Malmo, Parigi e altre), negli Stati Uniti (Houston e Baltimora), in America del sud (Montevideo e Rosario) e che in questi giorni arriva in Giappone, Cina e India, per poi visitare a settembre Cape Town e altre città africane.

«Ci sono pratiche che possono aiutare i processi di empowerement femminili: a volte può bastare una diversa illuminazione a far sentire più sicure le donne. Oppure piccoli accorgimenti: a Copenaghen ci sono i fasciatoi per cambiare i bambini anche nelle toilette degli uomini. Mentre in Svezia c’è uno skate park dedicato solo alle donne il lunedì sera: l’intento non è ghettizzare o separare, ma permettere loro di allenarsi in maniera più rilassata, sviluppando maggiore confidenza in sé stesse». Finanziato in gran parte da fondazioni private (la principale è la svizzera Pro-Victimis), l’obiettivo di Womenability è redigere una carta che possa servire come base per la costruzione della città del futuro.

Un dibattito, quello su genere e architettura, sviluppatosi negli anni ’70 e che non si è solo concentrato sullo spazio pubblico ma anche su quello privato («il personale è politico», recitava in quegli anni un celebre slogan femminista). Oggi il tema ha ripreso piede anche in considerazione del persistente gap nell’accesso alla carriera di architetto: secondo i dati del Cresme (Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia) le donne architetto italiane guadagnano in media il 37,5% in meno dei colleghi uomini. In Europa il 29%.

«Presto, visti i recenti sviluppi politici, verremmo anche in Italia, a Torino o a Roma». Conclude Ouarraki. Ora che lo sappiamo, abbiamo diversi buoni motivi per partecipare.


[Numero: 37]