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Il cognome della madre, l’uguaglianza tabù in Italia

La parità fra l’uomo e la donna nelle relazioni familiari è il cardine attorno a cui ruota la riforma del diritto di famiglia approvata nel lontano 1975. La parità è oggi solennemente affermata nell’art. 143 del codice civile: «Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri». Un corollario dell’uguaglianza è il principio per cui i componenti della famiglia «concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi». Quanta strada abbiamo fatto da quando il codice civile del 1942 affermava «Il marito è il capo della famiglia; la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede opportuno fissare la propria dimora». Nel frattempo è stata approvata la Costituzione, che sancisce l’uguaglianza fra i coniugi all’art. 29, e l’Italia ha ratificato la Convenzione europea sui Diritti dell’Uomo firmata a Roma nel 1950 che, all’art. 14, prevede il principio di non discriminazione.

Ma il percorso non è ancora compiuto. Non possiamo dimenticare che abbiamo subito una brutta condanna da parte della Corte europea dei Diritti dell’Uomo, istituita proprio dalla Convenzione di Roma. La Corte ha affermato che viola il principio di non discriminazione il fatto che la nostra legge non consenta ai genitori di attribuire al figlio il cognome della madre in luogo di quello del padre. Siamo stati condannati per aver violato una norma fondamentale di una Convenzione di cui siamo stati promotori. Come è potuto succedere? Semplice: gli standard europei di rispetto dell’uguaglianza nelle relazioni familiari sono cresciuti e noi non abbiamo tenuto il passo. La ragione è banale e sconfortante: è un problema di inefficienza del nostro sistema legislativo e di incapacità della politica di governare il cambiamento della società. Il diritto negato ai genitori di attribuire ai figli il cognome della madre è un esempio perfetto di una situazione che ha una portata più ampia. A partire dal 1996, sono stati presentati almeno trenta disegni di legge sul cognome: nessuno ha compiuto l’iter parlamentare. Eppure il Parlamento era stato avvertito dalla Corte Costituzionale già nel 2006: «L’attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia… non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna». Allora (dieci anni fa!) la Corte Costituzionale aveva indicato l’urgenza di un intervento legislativo per riconoscere il diritto dei genitori di attribuire ai figli il cognome della madre. Dopo la condanna della Corte di Giustizia, il Parlamento ha avuto un sussulto e il 24 settembre 2014 alla Camera è stato approvato un disegno di legge che attribuisce ai genitori la possibilità di attribuire al figlio il cognome del padre o quello della madre oppure quelli di entrambi. In caso di mancato accordo, al figlio sono attribuiti i cognomi di entrambi i genitori in ordine alfabetico. Ma il testo attende da quasi due anni di essere approvato dal Senato. Nel frattempo è stato discusso solo in quattro riunioni della Commissione Giustizia. Al termine dell’ultima, pochi giorni fa, si è valutata l’opportunità di fare ulteriori approfondimenti. La discussione in Aula è ancora molto lontana. L’inefficienza dei processi decisionali è un male che in Italia non riusciamo a debellare. È difficile sopportare che questa paralisi possa colpire anche l’attuazione del principio di uguaglianza fra l’uomo e la donna.


[Numero: 37]