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Appendino e Raggi alla prova per un altro modello di leader

Le foto di Chiara Appendino e Virginia Raggi all’indomani dei ballottaggi che le hanno elette sindache delle città di Torino e Roma rimarranno nella memoria come l’emblema delle elezioni amministrative del 2016. Non solo per la netta affermazione del Movimento Cinque Stelle, ma anche perché i loro visi di giovani donne interrompono una consuetudine della politica italiana tale per cui le donne talvolta arrivano all’anticamera delle posizioni di vertice, ma solo raramente infrangono il cosiddetto soffitto di cristallo. E, a fianco delle due sindache che hanno vinto, vale la pena sottolineare che questa tornata elettorale ha visto competere anche diverse altre candidate che non ce l’hanno fatta, ma si sono comunque messe in luce, come Lucia Borgonzoni a Bologna e Giorgia Meloni a Roma. Non più eccezioni, quindi, come erano in passato le poche donne che correvano per i ruoli di leadership, ma divenute quasi norma. Non resta, dunque, che sperare che si tratti davvero di una svolta e che indietro non si torni, ovvero che, d’ora in poi, risulterà del tutto normale che donne e uomini siano adeguatamente rappresentati nella rosa dei candidati che aspirano a diventare leader, sia che si tratti del governo di una città, di una regione o dell’intera nazione.

Appendino e Raggi sono donne giovani e sono, per di più, mamme. Due dati su cui riflettere. Infatti, storicamente alcuni pregiudizi pesano sulle carriere delle donne, in politica e non solo. Nessuno si chiede mai se un giovane padre può fare il premier senza trascurare i propri figli; al contrario, spesso è stato insinuato che per le donne l’avere una famiglia non è la condizione ideale per dedicarsi ad attività che assorbono molto tempo e energie come si presume sia l’esercizio della leadership politica. Certo, non si può dire che questi preconcetti siano del tutto scomparsi (basti pensare alla polemica che ha coinvolto Guido Bertolaso e Giorgia Meloni a proposito del fatto che forse una campagna elettorale poteva essere troppo pesante per una donna in attesa di un figlio), ma i consensi ottenuti dalle candidate appaiono un buon segnale perché ci lasciano pensare che, evidentemente, per tanti elettori la novità rappresentata dall’essere giovani madri non è stata percepita come una limitazione.

Ora viene la prova dei fatti. Infatti, non solo le nuove sindache dovranno mostrare le loro competenze e capacità, come richiesto a chiunque assuma tali cariche, ma indubbiamente l’interrogativo che rimane sullo sfondo è anche quello se esiste una specificità della leadership femminile. Diversi studi di psicologia ci dicono che le donne hanno un punto di vista un po’ diverso dagli uomini per quel che riguarda i valori e lo stile decisionale. Vedremo se questa generazione femminile che si affaccia oggi a ruoli di responsabilità tradurrà tale differenza in concreta azione politica. Più in generale, una riflessione sulla “buona” leadership ci porta a ritenere che un leader dovrebbe saper conciliare più modelli. Pertanto, tratti che, secondo i più comuni stereotipi, sono considerati mascolini, come il sapere prendere decisioni e l’assertività, non devono essere concepiti come antitetici a tratti considerati più femminili, come l’attenzione alle relazioni e la ricerca della consensualità, ma, anzi, possono agire proficuamente in modo sinergico. Ed è proprio in quest’ottica che appare fondamentale che un numero sempre maggiore di donne assuma cariche politiche di piena responsabilità; ciò affinché si vada in direzione di una prospettiva di leadership effettivamente integrata e il più possibile rispondente ai bisogni delle società contemporanee.


[Numero: 37]