costruire castelli di sabbia

Sapore di mare sapore di cotognata

Il treno passa da Arma di Taggia e nitido ritorna il gusto della cotognata, un cubetto di marmellata solida e appiccicosa su una fetta di pane che per tutto il mese di luglio era stata la nostra merenda nella colonia estiva per i figli degli artigiani.

A guerra finita da pochi anni non avevamo mai visto il mare, anche se nessuno di noi l’avrebbe ammesso. Le tre ore del viaggio in treno da Asti a Genova ci vedevano impegnati a discutere su quale fosse il lato giusto del vagone di terza classe per avvistare il mare. Chi aveva puntato sul lato terra si ostinava ad ammirare il paesaggio da quella parte trovandolo infinitamente più interessante, pur di non darla vinta agli altri.

L’edificio che ci ospitava era una ex caserma, nascosti dai cespugli della piazza d’armi si trovavano dei bossoli di mitragliatrice, oggetto di collezione e di scambi. Guai però a mangiare le bacche rosse di quei cespugli: dicevano che era ricino e ne parlavano come se fosse stata cicuta.

Le signorine, studentesse delle magistrali, poco più grandi di noi, ci governavano con sguardo benevolo e distratto. Fingevano di non vedere se un ragazzo affidava furtivamente a un passante una busta da imbucare mentre si andava in fila per due dalla caserma alla spiaggia. Il regolamento prevedeva di sottoporre le lettere ai famigliari a una preventiva lettura della direzione e l’esaltante ruolo di congiurati incendiava i toni di quei messaggi clandestini che ci descrivevano in preda ad una fame divorante.

Iniziarono ad arrivare pacchi di viveri confezionati da mamme ansiose che avevano smesso pochi anni prima di prepararli per i mariti prigionieri. Non tutti avevano la fortuna di ricevere pacchi e fra questi ci fu chi si dette malato per restare nella camerata deserta e fare scorpacciate delle leccornie stivate negli armadietti senza chiave.

I possidenti riuniti decisero unanimi la contromossa: uno di loro a turno si sarebbe finto malato per vigilare sulle cambuse dei sodali. Incominciava la lotta di classe.

Quanto ai bagni di mare che erano poi il vero scopo per il quale eravamo lì, si facevano una volta al giorno, nella tarda mattinata, aumentando giorno per giorno a colpi di fischietto il tempo di permanenza in acqua, dai cinque minuti iniziali fino all’ora. Non c’era un gran gusto a starnazzare nell’acqua bassa in una massa di coetanei urlanti, finiva che uscivo dall’acqua prima del fischio.

Era più esaltante congiurare durante il sonnellino pomeridiano, mentre le signorine che avrebbero dovuto sorvegliarci erano le uniche a dormire. Per nostra fortuna non era ancora stata inventata la figura dell’animatore e non si era diffuso il virus che impone di stivare di impegni ogni minuto della giornata dei minori. Ogni pomeriggio avevamo a disposizione una sterminata prateria di ore da colmare con le nostre fantasie lontano dagli sguardi degli adulti. Da quei lontani primi anni del dopoguerra è cambiato tutto, compreso il modello di colonia estiva.

Rimane l’esigenza di far compiere ai nostri figli e nipoti un’esperienza di vita collettiva, lontano dal calore della famiglia. E’ difficile accettare l’idea che la noia sia un formidabile brodo di coltura per il pensiero creativo, sia un lusso che dobbiamo regalare ai ragazzi. Siamo naturalmente portati ad apprezzare una proposta di colonia per i nostri figli e nipoti che offra tante opportunità di impegno, dove ogni attività sia organizzata in scuole, non solo per andare a cavallo, ma sui pattini, in bicicletta, nuotare, tuffarsi, giocare a calcio, a tennis, agli scacchi.

Nell’idea che non c’è crimine peggiore del perdere tempo prezioso. Cerchiamo di farci tornare in mente quando, da piccoli, ci sentivamo felici perché i grandi avevamo smesso di tenerci occupati e potevamo dare libero corso alle nostre fantasie.


[Numero: 36]