costruire castelli di sabbia

Lasciateli vivere ore di sogni e di pigrizia

Il tempo d’estate è, per la scrittrice Patrizia Rinaldi, «il tempo dei sogni e della pigrizia». La vincitrice del Premio Andersen 2016 mette le mani avanti sorridendo: «Sarà che sono napoletana ma per me estate significa sole, calore, giornate lunghe e vuote di niente e di sogni. Dedichiamo il tempo invernale a inzeppare le vite dei nostri figli di conoscenze e attività, sottraendo l’aspetto giocoso e gratuito della vita. Anche la scuola è sempre più finalizzata a un obbiettivo di spirito aziendale, è diventata il regno della performance e del profitto, non si fa che parlare di competenze... L’estate dovrebbe essere il contraltare a questa deriva: un tempo di allegria inutile, di possibilità anche di sbagliare. È il modo migliore per crescere».

Allora perchè noi genitori lavoratori, nell’ansia di organizzare le loro giornate, votiamo all’insegna dell’efficienza anche le vacanze dei nostri figli?

E lo so, anche io ho due figli e anche io sono entrata nel tunnel dei corsi di sport e lingue straniere, nelle esperienze artistiche e scientifiche. Persino il gioco è diventato “produttivo” per i nostri figli, mentre è così importante sperimentare la bellezza del non utile, del gratuito. Persino la lettura...

La lettura estiva è un classico, no?

Già, ma adesso si leggono i libri prescritti dalla scuola, appunto per utilità. E così il piacere immenso dell’incontro con la pagina scritta, con il racconto, viene snaturato. Sono contraria ai libri come compiti per le vacanze, e lo dice una che ha sempre letto in maniera forsennata, piangendo, ridendo, amando. La lettura deve essere una scelta libera: addirittura una volta ho scoperto su Yahoo Answers un ragazzino disperato che chiedeva la trama di un mio libro. Ce l’aveva assegnato come compito delle vacanze: sa cosa ho fatto? La trama gliel’ho data io e gli ho detto “stai tranquillo è giusta”. O si legge per piacere, per immaginare felicità possibili, o meglio non leggere: non c’è niente di intellettuale o di migliorativo. È un’urgenza come bere, mangiare, ridere, fare l’amore.

Il timore di molti genitori è che il vuoto delle giornate venga riempito dai giochi elettronici. Che ne pensa?

Lo capisco, perché osservare un bambino di fronte al computer è inquietante. Alcuni giochi sono veri e propri rituali ossessivi messi in atto per distrarsi da sé: sono dipendenze esattamente come certi farmaci o droghe. Quando vedo i ragazzini immersi nei loro mondi virtuali non posso non pensare a Orwell e a scenari di manipolazione di massa. D’altra parte non si può nemmeno impedirglielo, sennò diventano bestie isolate.

Cosa si può fare allora?

Premettendo che andando avanti negli anni ho sempre meno certezze e più dubbi e non credo ci siano formule magiche, credo che si debba cercare un territorio comune con loro. Capire i giochi che fanno, i loro codici, il loro umorismo, il modo in cui usano i social. Viaggiano a un ritmo molto più rapido, ridono di cose diverse da noi, ma ridere insieme è importantissimo.

Spesso in estate ci sono più del solito le due velocità: bambini ricchi divisi tra i campus di tennis e l’Inghilterra, bambini meno ricchi soli davanti alla consolle. Cosa si può fare?

Sono due sfortune diverse, gli uni costretti al mito della performance, che li rende pieni di competenze ma non li fa maturare, gli altri lasciati nel deserto emotivo e della fantasia. Entrambi omologati, poco liberi.

L’estate non omologata allora quale è?

L’estate dovrebbe essere uno spazio di leggerezza, passione, disubbidienza. È nella disubbidienza che si trovano risposte non omologate. E poi tempo fuori casa, con i coetanei. Lo spazio non organizzato dagli adulti è fondamentale per imparare a darsi autonomamente delle regole e risolvere problemi. Oggi la socializzazione è diventata fittizia, cerebrale, invece è anche fisica: mediare, lottare, fare la pace, sono cose che si imparano giocando.

Molti genitori hanno paura per i figli, terrorizzati dalle storie di bullismo, di prevaricazione dei più fragili. Come rassicurarli?

Lo capisco, la tentazione è proteggerli sempre. Ma così invece si rendono più fragili. Le piccole frustrazioni, gli scontri, sono palestre di maturazione. Dovremmo avere un po’ più di fiducia in loro, solo così loro ne avranno in loro stessi.

Vanno favoriti solo i rapporti tra coetanei o anche le diverse generazioni?

Lo scambio tra generazioni una volta era la regola, adesso l’eccezione. I fratelli grandi si portavano dietro i piccoli - di malavoglia, io sono la minore e me lo ricordo benissimo! - e imparavano il senso di responsabilità. Ora siamo in un mondo di figli unici, mancano non solo i fratelli ma i cugini, non ci sono più le famiglie allargate. Ma è inutile dire che si stava meglio anche perché non è vero e la famiglia di sangue non sempre è l’ideale. Basterebbe riproporre come famiglie allargate i gruppi di amici. La vacanza potrebbe davvero essere l’occasione per scambi tra generazioni, anche con i nonni: il rapporto con la vecchiaia è un grande insegnamento, tutti siamo impegnati a crescere a maturare e vedere chi ha già percorso la strada è un grande aiuto.

In estate si ha anche l’occasione di stare più a contatto con la natura. È importante per i ragazzi?

Fondamentale. Siamo animali, dobbiamo riscoprire il rapporto profondo con la natura, sudare, sperimentare, sentire il richiamo dell’istinto. Per me di Napoli l’estate è soprattutto mare ma va bene tutto. Ricordo l’impressione potente che ho avuto quando i miei figli per la prima volta hanno visto la neve: un piacere assoluto. Insieme al piacere i bambini devono anche capire la responsabilità, la cura per il mondo naturale

E lo spazio della fantasia?

È irrinunciabile. Come diceva Camus “Solo immaginare dà forma al tuo destino”. Lo scarto dell’immaginazione fa davvero la differenza. Ci sono studi sui bambini deprivati, abusati: hanno superato il trauma solo quelli che sapevano immaginare una gioia possibile . Perché solo immaginando un mondo migliore, abbiamo modo di acquisirne gradualmente competenza. Io in fondo scrivo storie per ragazzi proprio per questo. Ma la fantasia va lasciata libera, non guidata: dobbiamo lasciarli immaginare con la loro logica, senza intervenire. I ragazzi troppo spesso seguono percorsi già tracciati: il nostro compito è solo stargli accanto con serenità e lasciare che trovino la loro, di strada.


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