costruire castelli di sabbia

Il polpo che strazia

(...) Quel giorno Zeffirino era riuscito a mettere insieme tutto l’armamento per la caccia subacquea. La maschera l’aveva già dall’anno scorso, regalo di sua nonna; una cugina che aveva i piedi piccoli gli prestò le pinne; il fucile lo prese a casa di suo zio senza dir niente e al padre disse che gliel’avevano prestato. D’altronde era un bambino attento, che sapeva usare e tener di conto tutto, e ci si poteva fidare a dargli roba in prestito.

Zeffirino disse: - Sì, papà, - a tutte le raccomandazioni e andò in acqua. Con quel muso di vetro e l’antenna per respirare, le gambe che finivano da pesce, (…) non somigliava più a un essere umano. Invece, appena in mare, benché filasse via mezzo sommerso, subito si riconosceva che era lui: dal colpo che dava con le pinne, dal modo in cui il fucile gli sporgeva sottobraccio, dall’impegno che metteva ad andare avanti con la testa giù a fior d’acqua.

(…) Da ogni piega di scoglio, poteva a un tratto apparire un grosso pesce; dietro il vetro della maschera Zeffirino muoveva attento intorno gli occhi ansiosi.

(…) Zeffirino pescò ancora un rocché grigio e un rocché rosso, un sarago a strisce gialle, un’orata grassotta ed una piatta boga; perfino un baffuto e spinoso pesce-rondine. Ma in tutti, oltre alle ferite della fiocina, la signorina De Magistris scopriva la puntura della pulce che li aveva rosi, o la macchia d’una peste sconosciuta, o l’amo conficcato da tempo nella gola. Quella cala scoperta dal ragazzo, dove tutte le specie di pesci si davano convegno, era forse un rifugio d’animali condannati a una lunga agonia, un lazzaretto marino, un’arena di duelli disperati.

Ora Zeffirino armeggiava tra gli scogli: i polpi! Ne aveva scoperto una colonia appiattata al piede di un masso. Sulla forchetta già affiorava un grosso polpo violaceo stillando dalle ferite un liquido simile ad inchiostro annacquato; ed una strana ansia s’impadronì della signorina De Magistris. Per contenere il polpo fu trovata una conca appartata e Zeffirino non si sarebbe più mosso di lì, ad ammirare la pelle grigio-rosa che cambiava lentamente sfumature.

(…) I tentacoli vibrarono in aria come fruste e subito il polpo era avvinghiato con tutta la sua forza al braccio della signorina De Magistris. In piedi sullo scoglio, come fuggendo dal suo stesso braccio prigioniero, lanciò un grido che suonò come: - È il polpo! È il polpo che mi strazia! Zeffirino (…) mise il capo fuori dell’acqua e vide la donna grassa con il polpo che dal braccio allungava un tentacolo e la prendeva per la gola. (…)

Accorse un uomo armato di un coltello e prese a sferrare colpi contro l’occhio del mollusco: lo decapitò quasi di netto. Era il padre di Zeffirino che (…) appuntando il suo sguardo occhialuto aveva visto la donna ed era corso con la lama che usava per le patelle a darle aiuto. I tentacoli si afflosciarono subito; la signorina De Magistris svenne.

Quando ritornò in sé trovò il polpo tagliato a pezzi e Zeffirino e il padre glielo regalarono per cucinarlo fritto. (…) Il padre con gesti precisi le spiegò come si faceva un buon fritto di polpo. Zeffirino la guardava e diverse volte credette che fosse lì lì per ricominciare; invece, non le uscì più neanche una lacrima.


[Numero: 36]