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Taras Bul’ba: ogni collina, un cosacco

Bul’ba era tremendamente caparbio. Era uno di quei caratteri che potevano apparire soltanto nel duro secolo quindicesimo, in quell’angolo seminomade dell’Europa, quando tutta la primitiva Russia meridionale, abbandonata dai propri principi, veniva devastata, bruciata fino alle radici dalle irresistibili incursioni dei predoni mongoli; quando, privato della casa e del tetto, l’uomo qui era diventato intrepido; quando egli si installava sulle ceneri degli incendi, in vista dei terribili nemici e dell’eterno pericolo, e si abituava a guardar loro dritto negli occhi, disimparando a conoscere qualsiasi paura al mondo; quando lo spirito slavo, anticamente pacifico, era stato avvolto di fiamma guerriera e si era formata la razza cosacca – possente, turbolenta variante della natura russa – e quando tutte le zone lungo il fiume, i guadi, i luoghi rivieraschi pianeggianti e comodi si popolarono di cosacchi di cui nessuno conosceva il numero, ed essi audacemente erano in diritto di rispondere al sultano che desiderava sapere quanti fossero: «Chi lo sa! Noi siamo sparsi per tutta la steppa: ogni barjak un cosacco» (ogni collina – un cosacco). Fu una storia di straordinaria manifestazione della forza russa: l’aveva fatta scaturire dal petto popolare l’acciarino delle sventure. Al posto dei piccoli feudi, delle minuscole cittadine, piene di servi addetti alle mute e di battitori, al posto dei piccoli principi sempre in guerra fra loro che facevano mercato delle città, sorsero villaggi, casolari e cascine temibili, legati fra loro dal comune pericolo e dall’odio contro i predoni infedeli. È ormai noto a tutti dalla storia come la loro eterna lotta e la loro vita senza pace abbiano salvato l’Europa dalle irresistibili incursioni che minacciavano di travolgerla. I re polacchi, trovatisi ad essere, al posto dei principi feudali, signori, benché lontani e deboli, di queste vaste terre, compresero l’importanza dei cosacchi e il vantaggio di una tal vita guerriera, da sentinelle. Essi li incoraggiarono e lusingarono questa loro disposizione. Sotto il loro remoto potere i get’man, eletti tra i cosacchi stessi, trasformarono le cascine e i casolari in reggimenti e distretti regionali. Non si trattava di un esercito di linea e permanente; nessuno avrebbe potuto vederlo; ma, in caso di guerra e di mobilitazione generale, in otto giorni, non di più, ognuno si presentava a cavallo, armato di tutto punto, non ricevendo che un cervonec di paga dal re, e in due settimane si radunava un tale esercito quale nessun reclutamento sarebbe stato in grado di mettere insieme. Finita la campagna, il soldato tornava nei prati e nei campi, ai guadi del Dnepr, a pescare, commerciare, fabbricare birra ed era un libero cosacco. Gli stranieri del tempo giustamente si stupivano allora delle sue doti straordinarie. Non v’era mestiere che il cosacco non conoscesse: distillare la vodka, costruire un carro, fabbricare polvere da sparo, fare il fabbro e il meccanico e, in aggiunta a ciò, far baldoria sfrenata, bere e far bisboccia come sa fare soltanto il russo – tutte queste cose gli si confacevano. (…).

Taras apparteneva al novero dei vecchi colonnelli purosangue: era fatto da capo a piedi per il tumulto della guerra e si distingueva per la rude franchezza del suo carattere. Allora l’influenza della Polonia cominciava a manifestarsi sulla nobiltà russa. Molti avevano già adottato i costumi polacchi, avevano preso a vivere nel lusso, con splendidi servitori, falchi, capicaccia, davano banchetti, si circondavano di vere e proprie corti. A Taras questo non piaceva. Egli amava la semplice vita dei cosacchi e aveva litigato con quelli tra i suoi compagni che propendevano per il partito di Varsavia, chiamandoli servi dei pany polacchi. Sempre indomabile, si riteneva il legittimo difensore della fede ortodossa. Di sua iniziativa entrava nei villaggi, ovunque ci si lamentasse per le vessazioni degli appaltatori delle imposte e per l’introduzione di nuove tasse di focatico. Egli stesso coi suoi cosacchi faceva giustizia sommaria di loro e s’era prescritto come regola che in tre casi bisognava por mano alla sciabola, e precisamente: quando i commissari mancavano di rispetto agli anziani e stavano davanti a loro col colbacco in testa, quando si facevano beffe della fede ortodossa e non rispettavano la legge degli avi e, infine, quando i nemici erano musulmani o turchi, contro i quali riteneva in ogni caso lecito impugnare le armi per la gloria del cristianesimo.


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