ucraina amore e guerra

L’Eurasia, tavolo privilegiato del lungo braccio di ferro tra Washington e Mosca

Dal 2014 l’Ucraina è al centro dello scontro tra Stati Uniti e Russia. Nazione legata a Mosca da legami storico-culturali, posizionata a cavallo tra due mondi, costituisce il principale premio di una contesa destinata a proseguire anche nei prossimi anni. Indipendentemente da chi sarà il nuovo presidente americano e nonostante la possibile sospensione nel 2017 delle sanzioni approvate dall’Unione Europea ai danni di Mosca. Per ragioni strategiche, che informano l’azione dei due avversari: Washington intende contenere la Russia per impedirne la saldatura con la Germania, svolta potenzialmente in grado di insidiare il primato globale della superpotenza. Mosca, invece, tende fisiologicamente ad espandere verso Occidente la sua sfera di influenza, così da allontanare la linea di difesa dal cuore del paese e assimilare tecnologia europea (specie tedesca). Obiettivo ultimo degli Stati Uniti è provocare l’uscita di scena di Putin, per sostituirlo con una figura maggiormente malleabile. Mentre la Russia spera di persuadere Berlino a rompere (parzialmente) con la superpotenza per preservare i propri interessi economici. Elementi di una disputa atavica che, in questa fase imperniata sull’Ucraina, rischia di provocare la definitiva disintegrazione dell’Unione Europea.

È da inizio Novecento che gli Stati Uniti temono una possibile egemonia tedesca o russa sull’Eurasia, compreso un sodalizio tra le due nazioni. Proprio per sventare tale scenario hanno combattuto due conflitti mondiali e sostenuto una guerra fredda. La possibile unione, per scelta o per annessione, tra idrocarburi siberiani e tecnologia teutonica germinerebbe una superpotenza alternativa, ostile a quella americana. Ne deriva che Washington necessita di controllare il continente europeo, garantendone la sicurezza, per inibire le ambizioni di russi e tedeschi. Così, anche in seguito alla caduta del Muro di Berlino, quando il confronto ideologico tra blocchi si era esaurito, la Nato ha continuato ad accogliere al suo interno gli ex membri del patto di Varsavia, in modo da respingere l’espansione di Mosca e creare un cordone sanitario nel cosiddetto intermarium.

Dal canto suo la Russia, militarmente indifendibile per caratteristiche orografiche e per questo soggetta a molteplici invasioni nel corso dei secoli, punta da sempre a influenzare le istituzioni e a controllare i territori delle nazioni poste lungo il suo confine occidentale. Anche attraverso la vendita di idrocarburi. Analogamente mira ad assimilare know-how, soprattutto teutonico, tramite partnership ed investimenti. Negli ultimi anni nodo del contendere è divenuta l’Ucraina, nazione abitata da milioni di russofoni e testa di ponte per ogni avanzata verso Mosca. Qui si è consumata la rivoluzione del 2014, sostenuta anzitutto dai paesi baltici e dagli Stati Uniti, che ha condotto all’insediamento di un governo filo-occidentale. Ne è scaturita l’invasione russa della Crimea e le sanzioni approvate dall’Unione Europea che non incidono sostanzialmente sul Cremlino, ma che servono a Washington per imporre al continente una (formale) postura anti-russa. Specie in una fase di infragilimento acuto dell’architettura comunitaria. Dinamiche geopolitiche che, per inerzia, hanno determinato l’impasse. Le sanzioni anti-russe saranno rinnovate per i prossimi sei mesi, ma nel 2017 la battaglia sul tema all’interno dell’Unione Europea si preannuncia assai aspra. Eppure neanche la sospensione delle misure punitive condurrebbe ad un sostanziale annullamento del duello tra Washington e Mosca. Né potrebbe modificare l’attuale congiuntura un presidente nominalmente isolazionista come Donald Trump. A dispetto della propaganda e delle speranze russe, la Casa Bianca non dispone di un reale potere in materia. Come dimostrato nel 2009 dal deragliamento del reset proposto da Obama, osteggiato dagli apparati Usa che all’epoca si rifiutarono persino di partecipare alla traduzione del termine “azzeramento”. Causando un imbarazzante incidente diplomatico, quando l’allora segretario di Stato Hillary Clinton presentò al suo omologo Sergei Lavrov un bottone rosso con scritto in russo “surriscaldamento”. Soltanto l’avvento al Cremlino di un presidente filo-occidentale, con rinuncia da parte della Russia al suo ruolo sullo scacchiere internazionale, potrebbe influire sull’andamento degli eventi. A patto che nel frattempo l’Unione Europea non imploda del tutto, dilaniata dalla crisi dei migranti e da posizioni differenti proprio nei confronti di Mosca. Rendendo allora complicato per gli Stati Uniti gestire il continente e innescando lo sconvolgimento di storiche alleanze.

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