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Elementi di “Russofobia” dalla guerra di Crimea alla nuova crisi con Kiev

Il percorso storico della russofobia occidentale è quello di un sentimento che nacque dalla diffidenza verso Bisanzio, per accanirsi poi contro l’imperialismo zarista – ne fu un esempio lampante la guerra di Crimea del 1853/56 - quando fu chiaro che nemmeno le guerre comuni di russi e di gran parte dell’Europa contro Napoleone, e addirittura il contributo russo in difesa degli ortodossi greci e slavi contro gli ottomani (qualcosa che è strettamente collegato al sorgere dello stesso neoclassicismo nell’arte europea) potevano servire a dissiparlo – e infine approdare alla demonizzazione della tirannide zarista durante tutto l’Ottocento ripresa poi del tutto, e senza soluzione di continuità, per venir tradotta in termini antisovietici. La “Siberia” come gelido luogo di esilio e di lavoro forzato è un mito politico che, a parte i suoi concreti (mai però circoscritti e precisati) legami con la realtà obiettiva, è passato senza soluzione di continuità dalla qualificazione della condanna dello zarismo a quella del comunismo bolscevico. Esiste evidentemente infatti un rapporto di continuità, nonostante la Rivoluzione d’Ottobre, tra quella che fin dalla fine del XVIII secolo è chiamata la «barbarie zarista» e la successiva «barbarie bolscevica». Si è andata sviluppando in questa direzione durante il Novecento non solo tutta la propaganda liberale anglo-americana, ma anche quella nazista e fascista: queste ultime, naturalmente, erano caratterizzate da una maggiore accentuazione ideologica, per quanto corretta e complicata poi da aspetti e momenti in cui parve nascere una sorta di “corto circuito” di reciproca amicizia. Ma è sintomatico che durante la Seconda guerra mondiale le potenze dell’Asse accusassero i governi liberali d’Occidente di collusione con il bolscevismo mentre gli anglo-franco-statunitensi rimproveravano nazismo e fascismo di aver creato sistemi politico-sociali per alcuni versi non dissimili dal comunismo. In realtà, l’Europa ha storicamente alternato spesso l’antipatia e la “paura” dei “turchi” a quella dei “russi”, visti come avversari tra loro, ma entrambi considerati dei marginali, dei semieuropei che per un verso o per un altro appartengono al mondo dell’alterità rispetto all’Europa. Ancora oggi l’Occidente dimostra di preferire la causa turca a scapito di quella russa. Ieri durante la guerra di Crimea, oggi in occasione della crisi ucraina e dell’intervento russo in Siria.

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