federer sono soltanto un tennista

Poc, poc, pic, poc... come una stella pulsar

La mia relazione con il tennis è così fatta che non vedo la palla. È una questione di fisiologia della retina, una banale sindrome di Franklin, il navigatore, l’eroe di Trafalgar che non vedeva volare nemmeno le palle di cannone. Ciò nondimeno il tennis è uno sport che mi è sempre piaciuto e ho sempre seguito, ricco com’è delle indispensabili risorse per un appagante intrattenimento: è compatto, crudele, complicato, estenuante, e solitario, solitario fino all’esaltazione suicida. Sudore e solipsistica concentrazione, giovani cuori e levigate membra consumati fino all’estenuazione in una ristretta arena al cospetto di un scelto pubblico di spettatori molto composti e molto paganti; lo spettacolo della battaglia senza umano sostegno e l’ombra di un riparo non ha prezzo. Ma nella mia speciale condizione ciò che maggiormente mi attrae del tennis è il sonoro, il più affascinante e interiore tra tutti i cimenti agonistici. Ascoltarlo è un godimento non meno spirituale e non diversamente coinvolgente dall’ascolto delle variazioni Goldberg o della traccia di una stella pulsar. Poc, poc, pic poc… Poc, poc, poc, poc… Poof. Ahahahhhh… First service. Poc, poc, pic poc, poc, pic, poc, poc… Pac. Ohohohhhhh… Fourteen all. Poc , pic, poc… Poc, poc… e poi ancora e ancora e ancora. È impensabile rendere qui giustizia della sofisticazione di un sonoro tennistico, la sottigliezza degli armonici, la delicatezza delle linee melodiche sui diversi terreni, la siderale distanza tra il poc e il pac di Gulbis e Timea Barros, tra le bestemmie di Panatta e le maledizioni di Borg, il grado di eleganza e abbandono delle esclamazioni del pubblico francese e australiano, il livello di raffinatezza delle esternazioni arbitrali se pronunciate a Wimbledon o agli Internazionali. Poc, poc, pic… Piuc, poc, poc… Ahahahhhh. Tie break.


[Numero: 34]