federer sono soltanto un tennista

Gente decisa a sopraffarsi a vicenda

Volle essere Micòl a mostrarmi il giardino. Ci teneva. «Mi sembra di averne un certo diritto», aveva sogghignato, guardandomi. Il primo giorno, no. Avevo giocato a tennis fino a tardi, ed era stato Alberto, quando aveva smesso di combattere con la sorella, ad accompagnarmi fino a una specie di baita alpina in miniatura, seminascosta in mezzo a una macchia d’abeti e distante dal campo un centinaio di metri (Hütte, la chiamavano lui e Micòl), nella quale baita o Hütte, adibita a spogliatoio, avevo potuto cambiarmi, e più tardi, all’imbrunire, prendere una doccia calda e rivestirmi. Ma l’indomani le cose erano andate in modo diverso. Un doppio che opponeva l’Adriana Trentini e Bruno Lattes ai due quindicenni (col Malnate seduto in cima alla scranna arbitrale a far la parte del paziente conteggiatore di punti) aveva subito assunto la piega delle partite che non finiscono mai.

«Che cosa facciamo?» mi aveva detto a un certo momento Micòl, alzandosi in piedi. «Per riuscire a dare il cambio a questi qua, ho l’impressione che io, te, Alberto, e l’amico meneghino, dovremo aspettare un’ora buona. Senti: e se noi due nell’attesa ci pigliassimo su, e andassimo a vedere un po’ di piante?». Non appena il campo si fosse reso libero – aveva aggiunto –, ci avrebbe certamente pensato Alberto a riconvocarci. Si sarebbe ficcato tre dita in bocca, e giù col suo celebre fischio!

Si era girata sorridendo verso Alberto che, sdraiato lungo disteso sopra una terza sedia a sdraio col viso nascosto sotto un cappello di paglia da mietitore, sonnecchiava al sole lì vicino.

«Non è vero, signor pascià?».

[…]

Passai la notte successiva in grande agitazione. Mi addormentavo, mi svegliavo, mi riaddormentavo. E sempre riprendevo a sognare di lei. Sognavo per esempio di trovarmi, proprio come il primissimo giorno che avevo messo piede nel giardino, a guardarla mentre giocava a tennis con Alberto. Anche in sogno non l’abbandonavo con gli occhi un solo istante. Tornavo a dirmi che era splendida, così sudata e rossa, con quella ruga d’impegno e di decisione quasi feroce che le divideva verticalmente la fronte, tutta tesa come era nello sforzo di sconfiggere il sorridente, un po’ fiacco e annoiato fratello maggiore. Ora, però, mi sentivo opprimere da un disagio, da una amarezza, da un dolore quasi insopportabili. Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato –, che cosa era rimasto in

questa Micòl di ventidue anni, in shorts e maglietta di cotone, in questa Micòl dall’aria così libera, sportiva, moderna (libera, soprattutto!), da far pensare che gli ultimi anni non li avesse passati che in giro per le mecche del tennis internazionale, Londra, Parigi, Costa Azzurra, Forest Hills? Sì – confrontavo –: ecco là della bambina i capelli biondi e leggeri, striati di ciocche quasi canute, le iridi celesti, quasi scandinave, la pelle color del miele, e sul petto, balenando ogni tanto fuori dallo scollo della maglietta, il piccolo disco d’oro dello sciaddài. Ma poi?

[…]

Disse che le dispiaceva darmi un dolore, che le dispiaceva moltissimo. D’altra parte bisognava pure che me ne convincessi: non era assolutamente il caso che sciupassimo, come stavamo rischiando, i bei ricordi d’infanzia che avevamo in comune. Metterci a far l’amore noi due! Mi pareva davvero possibile?

Domandai perché le sembrasse tanto impossibile.

Per infinite ragioni – rispose –, ma soprattutto perché il pensiero di far l’amore con me la sconcertava, l’imbarazzava: tale e quale come se avesse immaginato di farlo con un fratello, toh, con Alberto.

Era vero, da bambina lei aveva avuto per me un piccolo “striscio”: e chissà, forse era proprio questo che adesso la bloccava talmente nei miei riguardi. Io... io le stavo «di fianco», capivo?, non già «di fronte», mentre l’amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà di propositi.


[Numero: 34]