ndrangheta scarpe bianche e cuore nero

Ragazzi di Calabria sempre uccelli da preda

I ragazzi calabresi di un tempo il mondo lo vedevano da una distanza notevole, lunga quanto le diciotto ore necessarie per raggiungere Milano, quarantotto in caso di neve, e puzzolente come l’umanità in travaglio, la polvere dei freni e la nafta di un convoglio colmo di vita in cerca di futuro. Si partiva alle sei di sera e ci si svegliava alle dodici di mattina, intirizziti dal freddo d’inverno o soffocati dal caldo della bella stagione. Il mondo era distante per i ragazzi degli anni Settanta, spiato in qualche varietà o nelle sequenze di uno sceneggiato trasmessi da una televisione senza colori.

Era un pianeta difficile da raggiungere, mitizzato dai racconti di chi c’era già stato e se ne tornava indietro su una macchina nuova. Sapeva di buono, di speranza e tutti lo sognavano a occhi aperti. Raggiungerlo, per i più, significava agguantare una laurea o un lavoro sicuro, cose sulle quali ci si costruiva un progetto che prometteva di essere per sempre.

Per una parte di quella generazione, però, ha voluto dire soldi veloci, una scalata sociale a prescindere da regole morali e legali. Dopo quarant’anni il mondo si è mosso, ai ragazzi di Calabria di oggi gli è arrivato davanti agli occhi, lo vedono a colori in televisione, col mouse se lo girano in un attimo in lungo e in largo. La terra la guardano da ogni angolazione e il pianeta non gli riserva più sorprese. Ce l’hanno in casa il mondo e non lo sognano più, non corrono dietro alle sue promesse.

I ragazzi del sud hanno certezze che dicono che le speranze sono finite e anche se per arrivare a Roma o oltre ci metti meno tempo, le lauree servono a poco e i posti di lavoro lasciano niente in tasca e fanno svanire il domani. Sono finiti i sogni e i progetti non si possono più fare. Precario, provvisorio è il vocabolo che si sentono dire se avanzano pretese. Per certi ragazzi di Calabria, anch’essi uccelli da preda come una tragica generazione precedente, il mondo è diverso: lo sanno già che pallottole e manette arriveranno in fretta a spezzare vite giovanissime, e le remore anziché crescere svaniscono nella desolazione di una botta di vita, che è meglio il fuoco di un lampo che la tenue luce di una brace. Fuori, teste rasate ai lati, ciuffo impomatato e Hogan ai piedi, viaggiano rumorosi, senza una meta, stipati in macchine vistose ad ascoltare le melodie napoletane. Finiscono spesso a fare il trenino in qualche piazza al ritmo di organetto e tamburello. Gridano fino all’alba i numeri della morra. Sono grintosi, arroganti.

Per certi ragazzi di Calabria, anch’essi uccelli da preda come una tragica generazione precedente, il mondo è diverso: lo sanno già che pallottole e manette arriveranno in fretta a spezzare vite giovanissime, e le remore anziché crescere svaniscono nella desolazione di una botta di vita, che è meglio il fuoco di un lampo che la tenue luce di una brace.

Cercano lo scontro e sognano di andare dentro, perché ognuno dei loro miti, in carne e ossa, in carta e inchiostro o infisso su celluloide, in carcere ci è passato.Dentro, arrivano scivolando silenziosi sul pavimento di linoleum verde, senza pestarlo. Calzano scarpe bianche, intonse, di marca comune perché dentro le griffe non sono ammesse per evitare disparità gerarchiche basate sull’ostentazione.

Dalla testa è sparita la cresta e la pelle è diventata completamente liscia. La grinta e l’arroganza sono tenute in disparte. Perché dentro, se sei un bambino, è quello che torni a essere: il cuore si gonfia e appena si è soli le lacrime non possono non scendere. Si vorrebbe essere da un’altra parte, qualunque essa sia; ma non è più possibile farlo. Perché sia dentro che fuori, molti dei nostri ragazzi portano scarpe che non conoscono lo sporco della fatica e indossano cuori rigonfi di rancore. E rimangono, ora come un tempo, sempre troppo, maledettamente, vicini a un grilletto che dovremmo strappargli dalle dita.


[Numero: 33]