ndrangheta scarpe bianche e cuore nero

Niente miti: all’origine c’è il calcolo economico

È stata paragonata ad Al Qaeda, un’organizzazione capace di coniugare vecchio e nuovo, tradizione e innovazione, ma soprattutto in grado di garantire in tutto il mondo, come le grandi catene di fast food, l’identico, riconoscibile e affidabile marchio criminale. Benché se ne dica, la ‘ndrangheta è una e una sola. In Calabria e nel resto del mondo. Dappertutto con le stesse regole, la stessa struttura e la medesima costruzione ideologica, carica di fascinosa e perversa mitologia.

Non si è ramificata in seguito al soggiorno obbligato, come molti ancora vogliono credere. La ‘ndrangheta è arrivata in Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna e tanti altre regioni e paesi del mondo per un semplice calcolo economico di costi e benefici. Offriva manodopera a basso prezzo e trasporto di materiale inerte a imprenditori interessati ad abbattere i costi di produzione. Poi, sempre con la logica della reciproca utilità, ha cominciato a sedurre politici, burocrati e amministratori, senza discriminazioni ideologiche.

Anche dall’altra parte dell’oceano, la ‘ndrangheta ha fornito servizi, sfruttando la disperazione di tanti italiani in cerca di lavoro. I primi grandi boss calabresi erano “banchisti”, gente lesta a trasformare pizzicherie e drogherie in banche private. In cambio di una percentuale, trasferivano in Italia le rimesse degli emigrati, ai quali offrivano anche servizi di vitto e alloggio nelle boarding house, le case-alveare trasformate in pensioni. Uno dei più potenti boss si chiamava Francesco Filastò, cugino del bandito Giuseppe Musolino, conosciuto come il re dell’Aspromonte, successivamente indagato anche per l’omicidio del tenente della polizia di New York, Joe Petrosino.

A fronte di interpretazioni culturaliste e antropologiche, la ‘ndrangheta è sempre stata una patologia del potere o meglio un potere tra poteri che si sono legittimati reciprocamente.

La capacità di relazione è una caratteristica costitutiva della ‘ndrangheta che già nel 1869 è legata a doppio filo con le più potenti famiglie di Reggio Calabria in lotta tra di loro per il controllo del potere amministrativo, tanto da indurre il ministro dell’Interno a sciogliere quel consiglio comunale. Da allora, la ‘ndrangheta è sempre stata reazionaria, nonostante il mito fondativo dei tre cavalieri spagnoli considerati benemeriti mediatori di torti subiti.

Oggi ha un giro d’affari complessivo di 53 miliardi di euro, pari al 3,5% del Pil italiano, un esercito di circa 60 mila affiliati e quasi 400 ‘ndrine operative in trenta paesi al mondo. Lungamente sottovalutata, controlla la maggior parte del traffico di cocaina in Europa, grazie alle relazioni che, nel tempo, ha saputo intrecciare con i produttori boliviani, peruviani e colombiani. In Italia, dove niente è come appare, la ‘ndrangheta ha le mani dappertutto, sfruttando quella zona grigia in cui i confini tra il lecito e l’illecito sono sempre più sfumati.

La corruzione ha sostituito la lupara. Appalti e subappalti sono diventati mangime senza scadenza per padrini e padroni, come dimostra la Salerno-Reggio Calabria, iniziata nel 1966 e ancora non finita. Nei cantieri dell’A3, la ‘ndrangheta si è divisa ogni chilometro in costruzione, tra subappalti, guardianìe, forniture di cemento e bitume. Sciacalli, corrotti e corruttori. Luridi e laidi, tra maneggi e intrighi. Si specula ormai su tutto. Papa Francesco ha definito la corruzione una malattia sociale, assimilabile alla criminalità mafiosa, due fenomeni che si alimentano reciprocamente, corrodendo i rapporti di convivenza civile.

L’intreccio con la politica è un altro fondamentale tratto identificativo della ‘ndrangheta che avanza anche nei territori dove più forti sono gli anticorpi sociali e culturali. Un paio di mesi fa è stato sciolto il consiglio comunale di Brescello, il paese di don Camillo e Peppone, come era già successo con Bardonecchia, Sedriano e Nettuno. «Qui si governa con la pila (denaro, ndr) e con la potenza», dice uno degli imputati in una conversazione intercettata durante l’operazione Aemilia.

Anche nella terra del Parmigiano reggiano, come in Piemonte, Liguria e Lombardia, a venire meno sono stati gli anticorpi economici. Racconta un collaboratore di giustizia: «Ci sono imprenditori disposti a tutto e che per evitare il fallimento finiscono per perdere tutto a vantaggio di boss e picciotti, i quali ormai non devono neanche più alzare la voce per farsi rispettare». Infine, ci sono i professionisti, quelli che mettono al servizio dei clan i propri neuroni, suggerendo ai boss di costituire società in Delawere e di investire in Canada o in Irlanda. Sono consapevoli di ciò che fanno e se ne vantano, come nel caso della consulente tributaria bolognese coinvolta nell’operazione Aemilia. In una conversazione intercettata, si mostrava orgogliosa di annoverare tra i suoi clienti il boss Nicolino Grande Aracri: «È il numero due della Calabria, della ‘ndrangheta», raccontava al padre. «Comanda tutto a Reggio [Emilia]…Sono imprenditori che rappresentano 140 aziende, no, non droga, sono diversi, però lo sgarro a loro non si fa».

Una delle recenti indagini, condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, mette a nudo la vera anima della ‘ndrangheta: interclassista e paludata. Tra gli indagati c’è anche un avvocato, ex parlamentare, che, nonostante la condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, figurava tra i componenti di “Forum Reggio Nord 2020”, un gruppo di associazioni del territorio che aveva proposto un piano per il riassetto della città in vista dell’arrivo dei 133 milioni di euro del Patto per il Sud, firmato lo scorso aprile dal premier Matteo Renzi e dal sindaco Giuseppe Falcomatà.

Secondo i magistrati, a Reggio Calabria le decisioni sul futuro politico ed economico della città venivano prese all’interno di un sedicente circolo culturale. Una melassa in cui da troppo tempo convivono boss, massoni, politici, imprenditori e uomini delle istituzioni. È insomma, una «‘ndrangheta che sta diventando sempre più pulita», come avvertiva un collaboratore di giustizia già nel 2007. Una ‘ndrangh eta che guarda al futuro.

*Storico delle organizzazioni criminali, insegna alla Queen’s University in Canada e al Middlebury College in California. Ha pubblicato più di trenta libri sulle mafie, tra cui alcuni bestseller internazionali. Dal suo ultimo libro “Business or Blood” (Random House), sarà tratta una serie televisiva dal titolo “Bad Blood”


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