ndrangheta scarpe bianche e cuore nero

La mia vita sotto scorta

In molti mi chiedono – alcuni anche con sarcasmo – cosa significhi vivere con la scorta e quando io rispondo che questa misura di protezione non voluta e né cercata ma imposta per ragioni di sicurezza dallo Stato costituisce una sorta di confessionale, una dimensione intima che ti aiuta a capire molte cose, in tanti storcono il naso oppure mi chiedono il perché la vivo così. Certo molti pensano a risposte banali tipo: «Mi manca la libertà della quale adesso apprezzo il valore», oppure «Mi mancano alcune cose quotidiane come guidare l’auto» ecc. Ma io nella mia vita ho sempre evitato il vittimismo, la retorica becera e l’ipocrisia. Sì, l’esperienza della scorta mi ha cambiato la vita, mi sta servendo a conoscere bene il mio mondo che nella retorica ci sguazza.

Ho fatto solo il mio dovere, come lo fanno tantissimi colleghi che amano la loro terra e il proprio Paese e che sanno che siamo di fronte a cambiamenti epocali in negativo e per questo non si nascondono dietro i condizionali. Stili di vita che oggi in molti sconsigliano. Ma io vengo da una famiglia legata alla cultura contadina e del lavoro che ha sperato e lottato.

Gente abituata a guardare dritta negli occhi e a dire quello che pensa con schiettezza senza calcoli o convenienze. Sì, la scorta imposta, la vivo con sofferenza, accentuata davanti ai sorrisi degli stolti, dalle provocazioni dei disonesti e dei professionisti della superficialità che tentano di racchiudermi nei recinti del pregiudizio.

Ho fatto incazzare qualche ‘ndranghetista con il mio lavoro e basta. Non mi nascondo quando affermo che la vivo come un confessionale nel quale entrano solo in pochi. Spero, piango, mi danno l’anima, nascondo le mie paure e la mia rabbia, cerco conforto nei pochi che intendono la vita come me e trovo la forza per rincorrere i fantasmi che anneriscono la mia terra e la mia gente. Il grigiume profumato della mafia che non puzza più e che cammina in giacca e cravatta, che non imbraccia più lupare ma costosissime penne stilografiche per mettere firme nei consigli di amministrazione di aziende pubbliche e private, sui libri nelle rappresentanze politiche ed istituzionali.

Mi incazzo se mi definiscono giornalista antimafia o cercano di collocarmi sopra piedistalli di cartone come una sorta di icona da strumentalizzare alla bisogna. Io sono solo un giornalista al quale è capitato di vivere un periodo della vita sotto scorta. Non voglio cambiare me stesso o approfittare di qualcosa. Tempo fa un amico mi chiese se grazie alla scorta avevo ricevuto proposte di lavoro allettanti, e quando gli risposi di no ci rimase male. Perché per molti vivere questa esperienza significa successo professionale ed economico. Io voglio continuare a fare qui il mio lavoro e sporcarmi le mani. Sopporto questo periodo della vita sperando che duri poco.

Mi auguro che la mia testimonianza e quel pizzico di notorietà che mi ha creato possa rendere nuovamente credibile il nostro lavoro che è importantissimo. Io sono un piccolo cronista di una provincia devastata dalla ‘ndrangheta e dalle sue antiche incrostazioni e collusioni, che ha la testa qui e affonda le mani in mezza Europa, ma anche da classi dirigenti che spesso hanno tradito questa bellissima terra. Una ‘ndrangheta liquida, che ha sempre agito sotto traccia, che sa cos’è la strategia, fa politica, occupa le istituzioni, si infiltra, avvelena, crea subcultura mafiosa, che utilizza pseudo uomini di cultura e del giornalismo finto garantista. Metodi e stili che creano assuefazione e rassegnazione. Oggi la Calabria è il più importante campo di battaglia nella lotta alle mafie che i grandi media non raccontano come dovrebbero e che per questo resta confinata e marginalizzata tra l’Aspromonte e il Pollino.


[Numero: 33]