ndrangheta scarpe bianche e cuore nero

Da Bardonecchia a Brescello la sporca alleanza con gli imprenditori del Nord

Bardonecchia, Buccinasco, Brescello sono nomi emblematici: piccoli paesi del Nord Italia dove la mafia calabrese ha messo radici da oltre trent’anni. L’Italia ha la legislazione anti-mafia più avanzata del mondo—il reato di associazione mafiosa, la confisca preventiva dei beni sospetti e il riutilizzo per fini sociali dei capitali illeciti. Eppure le mafie continuano a trovare terreno fertile dove meno ce lo si aspetta. Ultima arrivata l’Emilia Romagna: un’indagine recentissima ha dimostrato come la ’ndrangheta sia radicata in provincia di Reggio Emilia, la città del tricolore e della resistenza. Al pari di quanto avvenne a Bardonecchia nel 1995, il consiglio comunale di Brescello è stato sciolto per infiltrazioni mafiose meno di un mese fa. Questi paesi si trovano alle porte di grandi centri come Torino, Milano e Reggio Emilia. Perché le mafie continuano a diffondersi, nonostante le leggi, i processi, gli arresti, e i sacrifici di uomini e donne dello Stato?

Una prima risposta è che il processo penale arriva sempre troppo tardi. Non è possibile ricorrere solo al codice per combattere un fenomeno sociale. La repressione ha un ruolo importante, ma è una soluzione d’emergenza e il sistema penale italiano oscilla tra inefficienza, lungaggini e l’occasionale teorema. Le soluzioni di lungo periodo sono altrove, ma purtroppo il dibattito pubblico per molti anni è stato vittima di paradigmi sbagliati. Per decenni, le spiegazioni sociologiche si sono limitate a invocare una sostanza immateriale, ‘la cultura’, come la causa del radicamento della criminalità organizzata in alcune regioni del meridione.

Lo stesso istituto del soggiorno obbligato era predicato sulla interpretazione culturalista del fenomeno: se solo potessimo far respirare loro un po’ di salubre aria di legalità, mafiosi incalliti smetterebbero di comportarsi come trogloditi. La teoria culturale faceva il paio con l’idea che la mafia fosse un fenomeno arcaico, frutto del sottosviluppo. Una volta arrivata la modernità, le mafie si sarebbero sciolte come neve al sole. I due pilastri di questo paradigma si scontravano con i fatti: innanzi tutto, le mafie non sono radicate in tutto il Sud Italia.

Cosa Nostra è presente soprattutto nella Sicilia occidentale, la ’ndrangheta è concentrata nella parte meridionale della Calabria e c’è meno Camorra a Salerno che in provincia di Napoli. Va aggiunto che vi sono mafie anche all’estero, negli Stati Uniti, in Giappone, a Hong Kong e in Russia, paesi di cultura molto diversa dalla nostra. Si faceva poi finta di non vedere che regioni come la Sicilia hanno grandi risorse. Le mafie convivono alla perfezione con la ricchezza capitalistica.

I paradigmi sono duri a morire. Anche di recente si è sostenuto (ad esempio, dalla Lega Nord) che gli immigrati meridionali sono i portatori di un virus che infetta aree altrimenti vergini. I dati sui flussi da regioni come la Calabria o la Sicilia mostrano invece che le mafie non emergono dovunque c’è migrazione. Inoltre non vi è coincidenza automatica tra soggiorno obbligato e radicamento al Nord delle organizzazioni criminali.

Cosa spiega dunque l’emergere delle mafie in contesti non tradizionali, e soprattutto la loro capacità di penetrare l’economia legale? La risposta è semplice: nei mercati legali esse si alleano con imprenditori senza scrupoli per ridurre la concorrenza, soprattutto nell’edilizia, nel movimento terra, nella gestione dei servizi pubblici e nella vendita al dettaglio. Come Bardonecchia negli anni settanta e Buccinasco negli anni Ottanta, l’amministrazione comunale di Reggio Emilia negli anni Novanta incoraggiò una cementificazione selvaggia. In quel frangente, costruttori edili calabresi misero le mani su questo mercato, eliminando la concorrenza e facendo affluire grandi somme di denaro nella casse comunali. I cervelli di questa politica furono il sindaco e l’assessore all’urbanistica. La ricostruzione legata al terremoto del 2012 ha fatto il resto.

Le mafie si possono sconfiggere, ma servono amministrazioni locali e statali in grado di governare i mercati. L’economia non si autoregola, come credono certi economisti. Essa ha bisogno di uno stato forte in grado di difendere gli imprenditori onesti dalla alleanza tra affaristi e violenza mafiosa. Sarebbe ora che opinionisti, amministratori e studiosi adottino nuovi paradigmi. Eppure «la difficoltà maggiore non è tanto sviluppare idee nuove, ma liberarsi di quelle vecchie», ebbe a scrivere il grande economista inglese John Maynard Keynes. Concordo.


[Numero: 33]