ndrangheta scarpe bianche e cuore nero

Africo, 1979: tutti mi dicevano “la ’ndrangheta è morta e sepolta”

Avevo letto i racconti di Umberto Zanotti Bianco, Tra la perduta gente, sulla Calabria dei primi decenni del Novecento ed ero rimasto inorridito e turbato dalla povertà disperante degli abitanti di un paese di nome Africo, ai piedi dell’Aspromonte. Scrittore, archeologo, liberaldemocratico gobettiano, Zanotti Bianco era una figura di intellettuale politico ricca di fascino che dedicò anni a rendere migliori le inumane condizioni degli umili che vivevano in quella regione d’Italia.

E poi, in quegli anni Settanta del secolo scorso, avevo letto le cronache quotidiane, spesso giudiziarie, che avevano per protagonista un sacerdote di nome Giovanni Stilo, definito «il prete padrone» di Africo, che i giornali di sinistra giudicavano «spogliato di ogni sacralità » e accusavano di un corposo malfare, proprietario di una scuola che sfornava diplomi a pagamento, in consuetudine con ministri e uomini del potere politico democristiano, vicino agli ambienti della ’ndrangheta, la mafia calabrese. Il prete querelava ogni volta i suoi «diffamatori» e usciva sempre illibato dai processi.

Decisi di saperne un po’ di più e proposi a Giulio Einaudi l’idea di un libro su quel paese; ne avevo già scritti un paio per la sua casa editrice. Mi disse di andare a vedere, era incuriosito da quella storia, avrebbe voluto venire anche lui in quello sconosciuto luogo calabrese impastato dalla ’ndrangheta, parola di origine grecanica, derivata da “andragathos”, l’uomo coraggioso, valoroso: l’onorata società della Calabria.

Quando si seppe di quella mia decisione diventai vittima di ironie. Andavo a mettere il naso in una terra dominata un tempo da un’organizzazione arcaica, ora morta e sepolta, con una simbologia in cui troneggiavano entità chiamate Osso, Mastrosso, Carcagnosso (Gesù Cristo, San Michele Arcangelo, San Pietro), infarcita di statuti, di gerarchie, di riti d’iniziazione, di giuramenti con il sigillo del sangue.

Sono passati più di 35 anni da quando, per la prima volta, arrivai ad Africo. Mi sembrò una caserma abbandonata dove dominava il grigio delle case spesso non finite, della scuola del prete, simile a un granaio dismesso, del municipio, con una torretta nel mezzo, costruito da un capomastro del paese memore dello stile di Mussolini urbanista. Non c’era nessuno, neppure un’anima nelle strade in quella tarda mattinata. Ma era soltanto l’apparenza, perché da dietro le persiane semichiuse, a pianterreno delle case, scorgevo occhi mobilissimi che osservavano circospetti lo straniero. Il silenzio assoluto non mi sembrò sereno, ma innaturale. Dov’erano gli uomini e le donne del paese? Prigionieri dei muri di casa? I vecchi non sedevano neppure, come in tutti i paesi del Sud, sulle panchine della piazza. E dov’era chi lavorava?

Non incontrai mai don Giovanni Stilo nonostante l’avessi cercato, non parlai mai con una sola donna. Ebbi lunghi colloqui con Santoro Maviglia, personaggio antico, vecchio capo della ’ndrangheta convertito in carcere alla politica e all’anarchia. I giovani erano i più disponibili ma il sospetto aleggiava sempre, reciproco. Spesso, lo capii dopo, avevo avuto torto a dubitare di qualcuno; qualche volta, invece, la ragione era stata dalla mia parte e ne restai amareggiato. Si sapeva sempre tutto di quel che facevo, chi vedevo, dove, quando. Ero seguito da mille sguardi e da presenze interessate.

Il libro viene pubblicato nel 1979, in gennaio. Il 31 marzo don Giovanni Stilo «sporge formale querela contro l’autore e l’editore del libro Africo». La giustizia italiana è solitamente lenta. Non in questo caso. Il 18 luglio autore e editore di Africo sono invitati a comparire davanti al Tribunale di Torino. Arrivavano nel mio studio di Milano telefonate di minaccia, anche di morte. Disturbanti. Pareva che quelle voci urlanti forassero i muri della quieta stanza. Giulio Einaudi, a Torino, trovava ogni giorno sotto casa uomini neri, immobili come le figure di uno sfondo di teatro. Disturbanti anche loro. Era come se facessero la guardia, intimidenti, all’uomo che li aveva o offesi. Un’aula del vecchio Tribunale torinese ospitava il processo. Il presidente, Elvio Fassone, fece in udienza l’istruttoria che il rito direttissimo non permetteva. Chiedeva, ascoltava, richiedeva, protagonista la ’ndrangheta calabrese portatrice di violenza e di morte.


[Numero: 33]