ndrangheta scarpe bianche e cuore nero

Tribali e moderni, i “mafiosi calabresi” non collaborano con la giustizia

Ac cade periodicamente, ormai da svariati decenni. Ogni volta che la mafia siciliana va in crisi, quasi per riflesso condizionato si relega in un cono d’ombra che dovrebbe funzionare da riparo alle inchieste giudiziarie, ma anche da oblio mediatico per uscire dalle prime pagine e sfuggire alle insane curiosità investigative. E ogni volta, per legge biologica, emerge un’altra organizzazione mafiosa, la ’ndrangheta, che dismette i panni di grumo segreto e impenetrabile, quasi sconosciuto ai media, per indossare la divisa di leader del malaffare.

Questa volta la crisi di Cosa Nostra si è rivelata più grave del solito e così “i calabresi” hanno potuto godere di una leadership forte che - come contraccolpo - ha provocato una valanga di inchieste poliziesche e relativi titoli sui giornali. Abbiamo visto nascere così, giorno dopo giorno, il mito di una n’drangheta potentissima, ricca come il re Creso, feroce, internazionale, arrogante, imprenditoriale e primordiale per fedeltà alla sottocultura dei padri e dei nonni.

Abbiamo visto nascere così, giorno dopo giorno, il mito di una n’drangheta potentissima, ricca come il re Creso, feroce, internazionale, arrogante, imprenditoriale e primordiale per fedeltà alla sottocultura dei padri e dei nonni.

Una cellula saldamente ancorata nel territorio d’origine: Reggio Calabria, la piana di Gioia Tauro e il Santuario di Polsi, ancora oggi vera e propria cattedrale di una mafia capace di investire miliardi in mezzo mondo ma di attribuire pure fondamentale valore ai riti arcaici. Una cellula cancerogena e contagiosa, tenuta in vita perennemente dal consenso “di quelli di giù” che regolano la vita di centinaia di “protesi” economiche e finanziarie, ovunque siano collocate: la Svizzera, l’Austria, la Romania, il Canada, la Germania o l’Australia, il Venezuela o la Colombia dei Narcos.

Queste succursali le chiamano “locali” esattamente come a Platì o a Reggio. Un fiume di soldi che viene dal gioco d’azzardo on line, dalla cocaina, dalle società estere, dal traffico d’armi, dagli appalti nel profondo Nord, dove i comuni vengono sciolti esattamente come in Aspromonte. L’anno scorso è stata scoperta la “Locale di Rielasingen” con base a Malta, ma il cervello saldamente ancorato al “Crimine” (così si chiama la “direzione”) di Reggio Calabria.

Sta in piedi miracolosamente questa contraddizione di modernità e arcaicità. Forse proprio grazie alla sottocultura che tiene insieme tutto. L’omertà, i riti di iniziazione, il forte familismo costituiscono il cemento delle fondamenta. La ’ndrangheta non ha pentiti, o ne ha pochissimi e non tutti “genuini”: per questo ha potuto evitare la repressione giudiziaria che ha aperto la grande crisi di Cosa nostra siciliana. Ma le “famiglie” calabresi sono insieme di sangue e mafiose, per cui accade di rado che un collaboratore si avventuri nella denuncia dei propri parenti stretti.

L’omertà, i riti di iniziazione, il forte familismo costituiscono il cemento delle fondamenta. La ’ndrangheta non ha pentiti, o ne ha pochissimi e non tutti “genuini”. Le “famiglie” calabresi sono insieme di sangue e mafiose.

Tribali e moderni insieme, i mafiosi calabresi sono capaci di spostare elettronicamente ingenti somme da investire all’estero, ma anche di pretendere l’omicidio - come nel più barbaro dei medioevi - da parte dei familiari delle donne infedeli al proprio uomo. Si calcola che circa 120 ragazze siano rimaste vittime di tanta enormità che annovera tra i “peccati” da punire con la pena capitale non solo l’adulterio, ma la semplice frequentazione maschile via Web.


[Numero: 33]