ndrangheta scarpe bianche e cuore nero

Ma basta con questa favola che in ognuno di noi c’è un piccolo ’ndranghetista

La vecchia Betta tagliava alle galline le penne delle ali. Sarebbero volate via altrimenti. Non che spiccassero chissà quali voli. Riuscivano appena a sollevare dal suolo il corpo tozzo, e per pochi metri. Le degradava così a goffi animali di terra. È successo anche a noi calabresi che ci recidessero le ali, e dire ch’eravamo stati eleganti sparvieri padroni del cielo, per i fasti del passato, per la resistenza, lunga secoli, ai Saraceni e ai Turchi – non li avessimo bloccati, l’Europa s’inchinerebbe sui tappeti in direzione di La Mecca.

Oggi, ci additano vergogna dell’Italia, con un pregiudizio che ci marchia a fuoco le carni. Il Procuratore Dda di Reggio denuncia che «la Calabria continua a essere governata dalla ’ndrangheta». E la Commissione parlamentare antimafia a sua volta alimenta l’idea che in vaste aree della regione si sia tutti, o quasi, collusi.

È innegabile che esistano zone d’ombre, e macchie indelebili – i sequestri di persona, il traffico di droga, di armi, di scorie radioattive, il sangue e la morte – e che i cittadini vivano una libertà condizionata, padroni delle loro vite finché non impattano in un interesse della malapianta. Ma è ingiusto sparare sul mucchio, spargere il pensiero che la Calabria sia invivibile e perduta, amplificare i numeri del mostro per amplificare i meriti e le carriere, con buona pace della popolazione in massima parte perbene, al più con il torto d’avere paura, di non sentirsela di trasformarsi in eroi a cui dedicare piazze, vie e commemorazioni, come insistono a chiedere gli impavidi che non si schiodano senza la scorta armata.

Sembra assurto a passo di Vangelo quel «c’è un ’ndranghetista dentro ognuno di noi» già in bocca a Nicola Gratteri, il magistrato a cui riconosco grande efficienza e lucidità, fatti e non chiacchiere, e contesto quest’unica scivolata. Be’, se pure in tanti potevamo avere il piccolo ’ndranghetista dentro, lo abbiamo rimosso, e vomitato.

Certo è che bisogna uscirne. Perché succeda, occorre che la Giustizia riconquisti la credibilità e che i cittadini vi ripongano fiducia piuttosto che sentirsi tra due fuochi: da un lato gli ’ndranghetisti, uomini senz’anima e senza onore che ammorbano l’aria e soffocano le esistenze, dall’altro la Legge che incute timore, perché distante, perché distratta da farsi pensare repressiva talvolta, quando butta le reti, dove piglia piglia, e solo in un secondo momento fa la cernita tra chi meritava di restarci intrappolato e chi no – senza tenere in conto che sono preferibili dei colpevoli in libertà e non un innocente in carcere – o quando vi si incorre per la colpa di prendere il caffè, di scambiare un saluto, di fermarsi a chiacchierare con un malavitoso, e però libero e pure impossibile da evitare nei paesi, per la colpa di fare la spesa o la benzina in posti di proprietà di ’ndranghetisti, e però aperti essi e loro in giro tranquilli, per la colpa d’essersi lasciati infettare dagli untori, e però gli untori li si incontra a passeggio mentre gli infettati a volte sono in galera e hanno i beni sequestrati. E per la colpa di portare un cognome che scotta: se ai figli della ’ndrangheta viene lasciato il solo sbocco ’ndrangheta, non se ne uscirà più; Peppino Impastato deve pur aver insegnato qualcosa; era figlio d’un mafioso di Cosa Nostra, con l’aria che tira sarebbe stato un impresentabile e un untore anche lui se si fosse limitato a inseguire civiltà senza immolare la vita.

Qualcosa non quadra quindi. Bisogna aggiustare. Su tutti i fronti. E magari succederà che ritroveremo le penne e riprenderemo a volare, sparvieri alti nel cielo.


[Numero: 33]