ndrangheta scarpe bianche e cuore nero

Aspettando Felice

Avevo un amico, era ricciuto e rossiccio, progenie del ceppo greco, si chiamava Felice, un nome improbabile nel cuore degli anni ’70, ma veniva da laggiù nelle Calabrie. Era venuto a studiare a Firenze, stava in Ognissanti con due paesani, nel mio pianerottolo, io avevo una stanza e loro quattro, come si usava allora sui nostri campanelli non c’era scritto niente. Siamo diventati amici perché l’ha fortemente voluto lui. Tornava da casa dei suoi con delle baulate di derrate e mi invitava a spartire, in quattro intorno a un tavolo finché non se ne poteva più di pizzenti, ‘uduja, cannariculi e cirò, e la cuccia di capra ancora tiepida nel tegame che si era fatto mille chilometri sulla Freccia del Sud.

Ma in prima classe, avrei saputo a suo tempo. Gli piaceva la politica a Felice, ma gli piaceva proprio, ci ragionava di continuo in tempi così poco ragionevoli, e mi piaceva come ragionava, così intensamente e così metodicamente. Al suo paese aveva fondato un circolo della Comune, una cosa piuttosto moderata vista da Ognissanti, poi l’aveva chiuso.

Per quel che ci capivo io di quel poco che gli scappava detto verso la fine del suo ragionare, i suoi l’avevano messo su un treno e gli avevano detto di farsi vedere a Natale e a Pasqua e al compleanno del Felice primordiale, il capofamiglia, suo nonno.

Suo nonno l’ho conosciuto quando Felice mi ha portato a casa sua, mi ha pagato anche il biglietto del treno, prima classe, estate del ’73. A tavola erano in nove più una vecchia in piedi, il vecchio era calvo, ha recitato tutto il santo rosario prima di mettere mano al pane. Una pasqua non è tornato, i suoi paesani di Ognissanti mi hanno detto che era in clinica, dopo un mese che era in manicomio, dopo un anno non c’erano più nemmeno loro.

Il suo cognome diceva, altroché se diceva, laggiù nello sprofondo, se me lo avesse detto probabile che non ci avrei creduto.


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