Perché non possiamo non dirci inglese

Nell’Isola del tesoro sono cresciute generazioni di ragazzi

In principio ci fu Lord Byron, con i suoi versi, i suoi inni alle glorie d’Italia, i suoi proclami di libertà. Tuttavia, in un paese largamente analfabeta e in cui i combattenti per la libertà erano un’esigua minoranza, Byron era un esempio e un riferimento per pochi.

A far conoscere se non l’Inghilterra almeno la sua voce più alta, fu Giuseppe Verdi. Il teatro di Shakespeare è alla base di una delle sue prime grandi opere, Macbeth, e poi delle ultime due, Otello e Falstaff. L’opera era per tutti. E quasi tutti impararono che al vertice della cultura inglese c’era un drammaturgo capace di creare figure grandiose capaci di parlare a tutti noi. Shakespeare, prima tradotto poco e male, fu ritradotto da Carlo Rusconi, per la UTET, che ne pubblicò il Teatro completo a metà Ottocento. E fu finalmente messo in scena dai nostri attori più grandi, a partire da Tommaso Salvini, che fu un memorabile Otello, e che fu il primo a proporre con successo al pubblico italiano il teatro del Bardo.

Anche per quanto riguarda le opere del maggior romanziere inglese dell’Ottocento, Charles Dickens, si dovette aspettare a lungo prima di vederne le traduzioni italiane. Ma finalmente la sua Londra di ladruncoli e benefattori, di uomini disperati e di mogli devote, la sua Inghilterra dell’industria e dello sfruttamento, fu poi resa accessibile al lettore italiano. Soprattutto ai giovani lettori, grazie a quei “libri per ragazzi” con la storia di Oliver Twist e di David Copperfield che per la verità davano un’idea molto parziale dei romanzi e dell’Inghilterra di Dickens. D’altronde la stessa cosa si verificò per Robinson Crusoe, per L’isola del tesoro, per I viaggi di Gulliver.

E tuttavia quei personaggi e quelle avventure influirono non poco sull’immagine dell’Inghilterra che quei ragazzi da grandi si portarono dietro. Per i lettori adulti fu poi soprattutto il “giallo” a portare gli inglesi nelle loro case. Prima grazie allo Sherlock Holmes di Conan Doyle, con la sua Londra piena di misteri, di aristocratici, di criminali: la metropoli tentacolare e moderna a cui si affiancava l’Inghilterra immersa nel suo glorioso passato con quelle dimore di campagna anch’esse piene di misteri. Poi fu la volta dei Poirot e Miss Marple di Agatha Christie, lo sfondo delle cui indagini trasmetteva l’idea di una nazione solida nelle certezze e nelle convinzioni che discendevano dal sentirsi il cuore di un Impero.

Un’Inghilterra completamente diversa fu quella che ci arrivò negli anni Cinquanta attraverso i drammi dei suoi giovani autori, i cosiddetti arrabbiati, prontamente messi in scena anche in Italia. Era un’Inghilterra sicuramente più vera, vista con gli occhi dei giovani delle classe popolari, alle prese con i problemi sociali che si accompagnavano allo smantellamento dell’Impero. “Arrabbiati” erano anche molti dei giovani romanzieri, che però arrivarono da noi soprattutto attraverso le versioni cinematografiche dei loro romanzi. Dallo schermo, le immagini mostravano con chiarezza l’altra faccia dell’Inghilterra, quella ribelle e progressista che si opponeva a quella degli aristocratici, dei banchieri e dei rentiers.

In quegli stessi anni Cinquanta, e per i due decenni successivi, furono i romanzi di Graham Greene a parlarci dell’Inghilterra e degli inglesi nel mondo dominato da Usa e Urss. Tra i suoi libri più letti ci furono i romanzi di spionaggio, vuoi con l’ironia del Nostro agente all’Avana, vuoi con la drammaticità del Fattore umano, il cui protagonista è una “talpa”, un agente inglese passato ai russi. Le talpe e lo spionaggio sono stati il tema anche dei romanzi di John le Carré, uno scrittore grandissimo e capace, parlando di spie, di offrire un formidabile ritratto critico della società inglese e della forza delle sue prepotenti strutture di classe, di quel sistema di esclusive scuole private e università d’élite che sembra essere eterno: in fondo è da lì che vengono il precedente sindaco di Londra e l’attuale Primo Ministro. Ma l’attuale sindaco è figlio di immigrati pakistani.


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