perché non possiamo non dirci inglesi

Monti faceva l’inglese e nessuno l’ha votato

Tim Parks in un suo libro sugli «Italiani» ha confessato una volta di essere venuto da noi in fondo «solo perché mia moglie mi offriva questa via di fuga, l’opportunità di fallire in pace, lontano dai successi strepitosi degli amici di Londra». La prima cosa che balza agli occhi è questa strana sensazione che diamo noi di un posto tranquillo, la via Colombaro di Tim Parks a Verona dov’era andato a vivere, con le lenzuola stese ai balconi e questa luce che scioglie il giorno lentamente, nei rumori dell’infanzia e nelle immagini di qualche vecchio che fuma il sigaro o di un bambino che corre dietro ai gatti, questa dolcezza di un paesaggio senza velocità, e senza frenesia. Il fatto è che tutto questo non esiste più. Siamo un’altra cosa, un po’ più americani e violenti nell’immaginario che il cinema ci ha trasmesso, e pure un po’ più inglesi, nella ricerca disperata di un’identità diversa. Anche Tim Parks è un’altra cosa. È un giornalista affermato, ha scritto libri di successo, è docente all’università Iulm di Milano e gli hanno dato la cittadinanza onoraria di Verona e le chiavi della città per aver difeso «l’onore di Verona rifiutandosi di scrivere un articolo negativo per un tabloid inglese». Eppure, se ci parli insieme, Tim Parks è rimasto il più inglese degli inglesi. Ma è perché alla fine siamo quel che siamo, anche quando cerchiamo di essere qualcos’altro.

Ormai lui è in Italia da una vita. Da quanto? «36 anni», dice. Nostalgia dell’Inghilterra? «No, quella mi è passata dopo una decina di anni. Ho avuto l’occasione di tornarci, mi è stato offerto davvero un buon lavoro. Ma ho rifiutato». Per amore dell’Italia? «Amore è una parola troppo importante. La mia vita è costruita qui, questo Paese fa parte di me, e non potrei più fare a meno di osservare la storia italiana. È come se questa non fosse solo la mia professione. Io oggi osservo e studio l’Italia nella sua lotta per trovare la sua identità, in questo periodo molto difficile che sta vivendo, in questo suo declino che sembra quasi inesorabile». In Inghilterra, dice, non è così. «Lì, proprio per aver accettato un’identità diversa, abbracciando la realtà multirazziale, globalizzata, ma in maniera molto consapevole della propria storia, sono riusciti a voltare pagina, a modernizzarsi, a capire, per esempio, che non si può più costruire il sogno del socialismo degli Anni 50, e che è un errore madornale continuare a inseguire quel miraggio. Anche il rapporto che noi abbiamo con l’Europa è molto diverso. In Italia c’è una visione del potere profondamente gerarchica e corporativa, per cui uno cerca di mandare al governo quelli che difendono i tuoi privilegi. Così l’Europa è vista in Italia come una organizzazione che dovrebbe difendere certi standard di vita e la si attacca per questo. Mentre gli inglesi la vedono come un intralcio per la loro realtà e per i loro progetti».

Molte cose ci allontanano da voi. Eppure in tutti questi anni molte altre cose ci hanno avvicinato. Dal suo osservatorio, quali l’hanno colpita di più?

«Il linguaggio, soprattutto. Chi torna dall’Inghilterra in questi anni, può osservare il costante aumento della lingua inglese in quella italiana. E questo accade quasi esclusivamente con l’inglese, non con le altre, anche quando ci sono parole che potrebbero essere più precise con una lingua diversa, il francese, ad esempio. Inoltre, adesso, noto pure che molti costruiscono una frase in italiano con la sintassi inglese. Ci sono infiniti video su youtube di italiano parlato con sintassi inglese. In questa inglesizzazione della lingua, ci si migliora pure, c’è come un aggiornamento e certe espressioni inglesi sono scomparse».

Del tipo?

«Footing ad esempio».

Perché ora si dice jogging?

«Sì, ma footing in realtà era una parola inventata».

È come se ci fossimo corretti?

«È che ormai sapete l’inglese. Se oggi uno da Londra volesse venire qui per imparare l’italiano non ci riuscirebbe più, perché tutti parlano inglese e soprattutto lo vogliono parlare. Questa cosa è affascinante. È semplicemente quello che sta succedendo nell’inevitabile tendenza che hanno gli esseri umani di avere una lingua comune per comunicare».

E a parte questo, cos’altro ci unisce?

«Non so. Mi sembra che l’Inghilterra e l’Italia siano due paesi che si sono sempre attratti e rifiutati assieme. Anche nella storia. Già in Shakespeare, l’Italia era vista come il paese esotico più affascinante, unico per certi versi, soprattutto per l’arte e il paesaggio, ma pericoloso per la sua gente inaffidabile e machiavellica. Il rapporto si capovolge per come l’Italia vede l’inghilterra. Un posto dove c’è più ordine e disciplina, che riconosce i valori di una persona, ma senza fantasia».

E le due cose sono inconciliabili?

«Abbastanza. Certo è che questo riconoscimento dei pregi degli inglesi, ha cominciato a manifestarsi anche nelle persone, nel gioco di alcuni a voler fare l’inglese. L’ex presidente del Consiglio Monti è un esempio di questo, che ha rasentato lo psicodramma. Lui si mostrava quasi imbarazzato a essere italiano, e gli italiani l’hanno capito bene: per forza che non hanno votato il suo partito. C’è una serie di persone che vede l’inglese come un essere superiore. Ma questo gioco si manifesta pure all’inverso».

Senta, poi c’è il calcio. Abbiamo importato da voi la cosa peggiore, gli hooligans?

«Non sarei così categorico. L’Inghilterra negli Anni 70 e 80 era avanti nel suo sviluppo industriale e il calcio è lo sport delle grandi città. Gli hooligans erano un movimento violentissimo contro il grigiore della società inglese, infinitamente più violento del tifo in Italia. La violenza del tifo italiano è molto enfatizzata da una stampa cattolica. Ma il tifo locale in Italia impone i sentimenti del gruppo, e le persone che vanno allo stadio ci vanno in genere solo per un certo periodo della loro vita e prima di andarci incontrano la suocera a pranzo. E poi in Italia il calcio è profondamente diverso. C’è molto meno divertimento. Si divertono solo se vincono. Io feci un viaggio con i giocatori del Verona per il mio libro dopo una sconfitta. Solo gli stranieri erano allegri. Cassetti piangeva al telefono con la mamma subito dopo la partita».

Beh, alla fine siamo diversi...

«L’Italia a un certo punto aveva cercato di prendere il sistema maggioritario dagli inglesi, immaginando che gli avrebbe dato un Parlamento più gestibile. Ma si sono subito resi conto che il modello italiano ha bisogno di una rappresentanza più larga, anche di piccoli gruppi. E soprattutto si sono accorti che il sistema inglese ha un rapporto diverso con i suoi elettori. Qui è clientelare. È impossibile importarlo qua».

Però, qualcosa abbiamo importato. La moda, ad esempio, soprattutto maschile. Le scarpe inglesi sono diventate un cult. E poi ci sono i pub...

«Ah quelli sì. È la cosa più evidente che arriva dall’Inghilterra. Ma resto un po’ così. Qui i pub hanno il servizio a tavola. Ce n’è solo uno a Milano che non ce l’ha, e io vado lì perché mi sento un po’ a Londra. Solo che dopo mi accorgo che mi manca qualcosa. Nei pub inglesi, c’è tutta una ritualità nel servire una birra e nel lavare i bicchieri. Cercano anche loro di fare tutto come se fossero a Londra, ma è impossibile. Alla fine mi sembrano persone che fanno gli inglesi. Ma gli inglesi non fanno gli inglesi. Semplicemente, lo sono».


[Numero: 32]