perché non possiamo non dirci inglesi

Andatevene se proprio volete, ma lasciateci il vostro rock

Grime, post-punk, trip-hop. Drum and bass, dubstep, new wave. E poi certo, Beatles e Rolling Stones, Clash e Sex Pistols, Smiths e Joy Division, Oasis e Blur, Led Zeppelin e Queen, Radiohead, Muse, Amy Winehouse, Fatboy Slim, Chemical Brothers, etcetera, etcetera. Se sparisse il Regno Unito sparirebbe il suono della musica contemporanea. As simple as that. Dai garage underground alle grandi arene. Silenzio, lasciamo solo le tarantelle e la canzone d’autore, con tutto il rispetto. Basta rock’n’roll, punk, musica elettronica, sottoculture giovanili. Basta anche con questa storia che Mods e Rockers se le suonarono di santa ragione a Brighton. Che poi sono passati 50 anni.

In questa cittadina sulla costa sono nati, per dire, i Massive Attack, apostoli del trip-hop. O i loro colleghi/rivali Portishead. Qui è nato anche Tricky, angelo dannato della musica elettronica

Ma che cosa c’è in quest’isola di così speciale? Ci dev’essere un beat, un ritmo, anche nella lingua inglese, con quei suoi accenti sincopati. Ci devono crescere in mezzo, al suono, per produrre una musica tanto grande. Basta fare un giro nei locali underground londinesi, al Passing Clouds ad esempio o al Richmix, o nella libreria Rough Trade di Bricklane. Il livello è altissimo, il settore l’avanguardia a livello globale. Oppure si può andare al carnevale giamaicano di Bristol, più che a quello di Notting Hill. Qui il suono grezzo, esplicito del grime e della musica elettronica esce dalle casse e si spande tra le case basse dei quartieri popolari. Le giovani coppie si lasciano dondolare sotto il palco, mentre nei parchi i visitatori consumano pollo jerk e platano fritto. In questa cittadina sulla costa sono nati, per dire, i Massive Attack, apostoli del trip-hop. O i loro colleghi/rivali Portishead. Qui è nato anche Tricky, angelo dannato della musica elettronica. E sulla loro scia a Londra si muovono oggi musicisti come the XX, James Blake, Ghostpoet, o producer come Floating Points e Four Tet.

Ma anche quest’anno la line-up di Glastonbury promette sorprese. Come Nao, classe 1987, cresciuta a East London, quartiere popolare e alternativo, dove è riuscita a sviluppare un raffinato mix di soul, funk, R’n’B ed elettronica, su cui la sua voce plana calda e potente

La musica del Regno Unito è grande e Glastonbury è il suo profeta: in questa cittadina del Somerset, trenta miglia a sud di Bristol, si tiene il più importante festival musicale al mondo. L’anno scorso a tenere banco sono stati gli Sleaford Mods, duo di Nottingham, mix esplosivo di post punk e hip hop. Con l’accento marcato dell’East Midlands Jason Williamson ha rappato il disagio della working class: quella della provincia, quella rimasta fuori da tutto e da tutti, quella che a quarant’anni suonati non le manda più a dire. Ma anche quest’anno la line-up di Glastonbury promette sorprese. Come Nao, classe 1987, cresciuta a East London, quartiere popolare e alternativo, dove è riuscita a sviluppare un raffinato mix di soul, funk, R’n’B ed elettronica, su cui la sua voce plana calda e potente. E poi tante conferme: The Foals, ad esempio, band capace di innovare il panorama indie rock. Così come lo hanno fatto Bloc Party, Metronomy, The Editors o, ancora, Alt-J.

L’edizione 2016 aprirà i cancelli il 22 giugno, il giorno prima del referendum sulla Brexit: il fondatore Michael Eavis, vuole convincere i partecipanti a non rinunciare al voto ed esprimere la loro preferenza (possibilmente pro UE) per corrispondenza o procura

L’edizione 2016 aprirà i cancelli il 22 giugno, il giorno prima del referendum sulla Brexit: il fondatore Michael Eavis, un contadino ottantenne che nel 1969 ebbe l’idea di dar vita al festival, vuole convincere i partecipanti (attesi circa 200mila giovani) a non rinunciare al voto ed esprimere la loro preferenza (possibilmente pro UE) per corrispondenza o procura. E in effetti Glastonbury è da sempre anche un laboratorio di cittadinanza. Se Sadiq Khan, il nuovo sindaco di Londra, ha conquistato la capitale solo oggi, M.I.A. una srilankese, tamil e indù, aveva già espugnato ed elettrizzato il festival due anni fa, dopo aver firmato nel 2008 la colonna sonora di The millionaire di Danny Boyle.

Se siamo tutti inglesi nella musica che ascoltiamo, c’è però qualcosa in cui non lo saremo mai: gli artisti underground trovano nel Regno Unito uno spazio e una visibilità che gli sono generalmente negati in Italia. La BBC con la sua Radio One si fionda sui nuovi talenti anche grazie al Future Festival, il Guardian ha una sezione musicale attentissima alle novità. In Italia i gruppi alternativi sono invece considerati spesso solo un fenomeno di nicchia, senza mercato e anche un po’ “brutto e cattivo”. Un errore che paghiamo caro nella qualità del suono che produciamo. Grazie al cielo anche se il Regno Unito lasciasse l’Unione Europea la sua musica continuerebbe ad attraversare la Manica. Andate pure via allora se volete, abbandonateci, ma non portateci via la vostra musica. Quello no, non lo sopporteremmo.

God save the Queen.


[Numero: 32]