Perché non possiamo non dirci inglesi

Un libro a settimana: «Sono un liberale?»

Difficile trovare qualcuno di più intimamente british di John Maynard Keynes (1883-1946). Ragion per cui una parte del keynesismo nostrano pare una versione un po’ alle vongole della dottrina economica del grande economista. O, piuttosto, una declinazione all’amatriciana, dove il rosso (del sugo) vale anche per la coloritura politica che taluni neokeynesiani delle nostre parti hanno voluto attribuire al pensiero di questo gigante del Novecento, “strattonandolo” decisamente più a sinistra del dovuto.

In verità, come tutti gli esponenti delle classi dirigenti d’Oltremanica, Lord Keynes amava profondamente quell’economia di mercato da cui gli veniva un’esistenza piena di agi che condivideva con gli altri componenti, assai posh e snobbish, del Circolo di Bloomsbury. E proprio per questo si era intensamente dedicato alla ricerca di una via per salvare il capitalismo dai propri peggiori basic istincts, di cui la disoccupazione di massa seguita alla Grande Depressione rappresentava una pericolosa manifestazione (oltre che il nido delle uova del serpente nazifascista che avrebbe cercato di soffocare le liberaldemocrazie europee). Di qui l’esigenza di un intervento riequilibratore dello Stato e delle politiche pubbliche, di cui, tuttavia, non era affatto un “feticista”.

Un uomo pieno di dubbi “amletici” più che di granitiche certezze. Uno dei suoi convincimenti, raggiunto “per esclusione” – perché non abbastanza liberista da sentirsi conservatore, né sufficientemente statalista per ritenersi un laburista –, fu infatti quello di considerarsi un liberale, come dichiarava nei testi degli annui Venti raccolti nell’antologia Sono un liberale? (Castelvecchi, pp. 64, euro 9,50).

Nessun “Keynes il rosso”, dunque, e nessun capofila del “partito della spesa pubblica”, quanto un leale – ancorché sempre libero di giudizio – civil servant dell’Impero britannico arrivato al capolinea.


[Numero: 32]