Perché non possiamo non dirci inglesi

Un candidato, un partito: l’inarrivabile semplicità di un sistema forte da secoli

Di fronte all’instabilità dei governi italiani come non invidiare un sistema nel quale un primo ministro, grazie alla vittoria elettorale del suo partito, governa indisturbato per un’intera legislatura a capo di una maggioranza parlamentare tutto sommato disciplinata? E di fronte alla complessità di certe schede elettorali italiane, all’eterno dibattito preferenze sì o no, culminato oggi nell’ultima invenzione dell’Italicum che mette insieme capilista bloccati e preferenze, come non provare un po’ di invidia per la scheda dei collegi uninominali, così semplice, nella quale ogni nome di candidato è affiancato ad un simbolo di partito? Una competizione ben chiara tra le alternative in campo, nella quale vince il candidato che prende anche solo un voto in più degli altri. Questa è l’essenza della democrazia

British-style.

Quello inglese è un sistema che funziona da secoli con un governo che decide e che, se fa bene, viene premiato alle urne mentre, se fa male, viene punito e sostituito. Qui davvero l’alternanza al governo è non solo possibile, ma di fatto praticata. Intendiamoci, anche nel Regno Unito può capitare che non esca dal voto una maggioranza chiara e sia necessario un governo di coalizione: è avvenuto eccezionalmente nel 2010, quando David Cameron dovette allearsi con i Liberali, ma già nel 2015, con le elezioni successive, si è tornati a un governo monocolore dei conservatori. Altre volte succede che il primo ministro venga sostituito dal proprio partito durante la legislatura- fu la sorte anche di leader di spicco come Margaret Thatcher e Tony Blair- ma non se ne fa un dramma e si procede senza andare a nuove elezioni, perché comunque questo è un sistema parlamentare e tecnicamente il capo dell’esecutivo non è eletto direttamente dal popolo. Quel che non può, invece, capitare è che l’opposizione organizzi ribaltoni e si cambi maggioranza in Parlamento. L’opposizione fa, invece, il suo mestiere, come chiunque assista ad un Question Time comprende molto bene. Ogni settimana, infatti, il premier si reca in Parlamento e affronta una raffica di domande. Si ingaggia una battaglia verbale che ben incarna l’essenza della politica, che è sì conflitto, ma anche confronto serrato sulla sostanza dei temi. Neppure Tony Blair, il quale cambiò le pratiche comunicative della leadership allo scopo di personalizzare il governo, intensificando ad esempio le conferenze stampa, si sottrasse al contraddittorio del Question Time, rito irrinunciabile della democrazia inglese.

Sì, certo, sovente l’abbiamo invidiato questo governo “all’inglese” pur sapendo di non poterlo importare. Perché, come ci insegna Giovanni Sartori, nel suo fondamentale testo Ingegneria costituzionale comparata, «il sistema di premiership inglese non può essere ottenuto facilmente» dal momento che il sistema elettorale maggioritario non basta a produrlo se il sistema partitico non ha certe specifiche caratteristiche. Quelle che l’Italia, Paese con cultura politica eterogenea, non ha mai avuto. E se almeno provassimo a importare un Question time vivace e interessante come quello d’Oltremanica, davvero utile al cittadino per capire meglio la politica e le differenze tra le posizioni del governo e dell’opposizione? Certo oggi i leader preferiscono investire in performance pubbliche di altro tipo, in televisione o sui social, perché per costruire il consenso si pensa che quel che serve sia un one-man show. Ma più dibattito farebbe meglio alla qualità della democrazia.


[Numero: 32]