Perché non possiamo non dirci inglesi

Mazzini e Dickens compagni di merende

Il mio amico Giovanni è il cantiniere del Reform Club di Londra. In quella cantina ci sono bottiglie per 4 milioni di pounds e il lavoro di Giovanni è farne bere il più possibile ai soci del club; Giovanni è così bravo che c’è chi si attacca a una bottiglia di bordeaux da 300 pound anche se prima sarebbe meglio che si desse una risuolata alle scarpe. Il Reform è sempre stato un covo di riformatori, c’è un tavolino da thè in un angolo della sala comune dove ancora ricordano che ci passava i suoi pomeriggi di svago Giuseppe Mazzini, un esule italiano per ragioni politiche; il club gli aveva donato la tessera, lui si metteva al tavolo e suonava la chitarra, non ordinava mai niente, non aveva mai un penny in tasca. Per il thè ci pensava il suo amico Charles, Dickens; lo ascoltava suonare, gli offriva la merenda, organizzavano per la domenica. La domenica Charles dava una mano nella scuola che Giuseppe aveva aperto a Soho per i bambini italiani venduti schiavi per mendicare nelle vie del centro. Più o meno quando nel regno d’Italia Alessandro Manzoni pubblicava il suo memorabile romanzo in cui si narra di come sia inutile stare lì a sbattersi che tanto siamo tutti nelle mani della provvidenza, Charles, che era anche lui romanziere, dava alle stampe Bleak House, un formidabile atto di accusa contro il sistema giudiziario del Regno Unito, corrotto, iniquo e classista. Il primo traduttore in lingua italiana di Bleak House è un tal Panizzi, da Reggio Emilia, esule politico, socio del Reform. Del Panizzi c’è un bel busto all’ingresso della British Library, lo ricordano come il creatore del moderno sistema bibliotecario del Regno Unito, la sua traduzione di Bleak House non ha mai trovato un editore, non nel ducato di Modena, non nel regno d’Italia. A quel tempo i britannici erano i padroni del mondo e gli italiani all’estero rovesciatori di mondi, ci stava che si fossero simpatici.


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