Perché non possiamo non dirci inglesi

Ma senza Erasmus Londra sarà per pochi E un po’ meno cosmopolita

Lo scorso anno ho trascorso un periodo del mio dottorato di ricerca all’Università Goldsmiths di Londra, in un quartiere di immigrati nel sud est della città, a mezz’ora di metro dal centro. Un ambiente cosmopolita per vocazione e composizione degli studenti. Essere europei, alla Goldsmiths come negli altri atenei britannici, comporta considerevoli vantaggi, a partire dalle tasse più basse rispetto ai cittadini extra-UE, e la possibilità di andare oltre il periodo limitato dell’Erasmus, anche dopo gli studi, senza l’urgenza del visto in scadenza.

Facilitazioni che dovrebbero essere concesse a tutti. Certo. Ma la Brexit porterebbe soltanto a una parificazione verso il basso. Gli studenti europei troverebbero molte più difficoltà, legali ed economiche, per formarsi in Gran Bretagna. E la “Generazione Erasmus”, pagina avventurosa del romanzo di formazione per centinaia di migliaia di giovani e per trent’anni l’emblema dell’idea di Europa come condivisione di esperienze e culturali, dovrebbe forse rinunciare a una delle sue mete più ambite.

Londra rimarrebbe un melting pot ma sempre più schiacciato sull’utilitarismo di chi vi cerca occasioni di profitto. Per alcuni una meta, per molti un percorso impossibile. Nel clima multiculturale che ho respirato alla Goldsmiths non esistevano distinzioni tra europei ed extra-comunitari. È il sale del cosmopolitismo: niente etichette. Tuttavia essere europei oggi in Gran Bretagna, in una società non pronta per una globalizzazione che non sia direttamente funzionale agli interessi economici, vuol dire ancora molto. È l’emblema di un’integrazione e di maggiori opportunità che si vorrebbero estese a tutti.

I tanti ragazzi italiani che ho conosciuto nel mio anno londinese hanno giustamente speranze e obiettivi diversi: c’è chi vorrebbe tornare, chi restare. L’energia e la passione che mettono nelle rispettive attività, e il contributo sostanziale che portano alla multiculturalità della società britannica, dovrebbero però far riflettere. Le discussioni sulla Brexit si sono concentrate sull’aspetto economico della questione. Ma io credo che abbandonando l’Unione, il Regno Unito perderebbe una porzione importante di capitale umano e una diversità culturale che ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti, l’Europa rappresenta.


[Numero: 32]