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La nostalgia dell’Impero è un venticello che quando si gonfia può avere conseguenze dirompenti (stile la Siria di queste settimane).

Ed è nostalgia canaglia, perché ricostruirli risulta assai difficile – anzi, verosimilmente impossibile – ma c’è sempre chi ci prova. Come Vladimir Putin, la cui unica e vera ideologia risponde al nome di neozarismo; ossia, un neocesarismo (la matrice della parola “czar” è, appunto, “cesare”) che, si rifaccia a Caterina la Grande o a Stalin, punta a fare della Federazione russa una reincarnazione, seppure dimagrita, della vecchia Urss.

Una situazione maledettamente seria, come illustra con la giusta dose critica – ma senza lesinare anche le preoccupazioni per l’eccessiva tolleranza Ue verso il dilagare a Est del neofascismo – il libro di uno che la Russia la conosce in profondità, il giornalista (già corrispondente Rai da Mosca) Sergio Canciani, autore di “Putin e il neozarismo. Dal crollo dell’Urss alla conquista della Crimea” (Castelvecchi, pp. 191, euro 17,50). Si scopre allora che in questo disegno neoimperiale, edificato sull’occupazione del potere da parte di fedelissimi e oligarchi, e innervato di reminiscenze sovietiche, propaganda iperpatriottica, panslavismo e “formula Gazprom” (il potere di ricatto di gas e idrocarburi), c’è posto pure per il folklore involontario. E cioè tasselli di un mosaico di volontà di potenza come la cittadina di Uzhgorod, al confine ucraino-slovacco, sede del sedicente governo della “Russia subcarpatica”, con un medico come primo ministro e il titolare degli Esteri che risiede in Slovacchia, senza uffici ma con l’inno. Nelle carte dell’Impero asburgico si chiamava Rutenia, e ci si ritrova così scaraventati in una sorta di Risiko (anche nel senso del gioco da tavolo...). Ma, passando alle cose serie, ci sono anche i conflitti contemporanei sul nostro continente: l’annessione della Crimea e l’Ucraina. Specie questa, perché, pensava Lenin, «quando perde l’Ucraina, la Russia perde la testa». Già, niente di più vero.


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