Putin Possiamo fidarci di questuomo

Non solo raid sul Califfo In Medioriente una strategia globale: conquistare i cuori

Con l’intervento militare in Siria Vladimir Putin non si propone solo di salvare Bashar Assad, sconfiggere Isis e diventare l’artefice dei nuovi equilibri in Medio Oriente. C’è anche un altro obiettivo, che ha a che vedere con il rapporto della Russia con il mondo arabo. Non è mai stato facile, anche quando durante la Guerra Fredda l’Urss era per molte capitali un’alleanza strategica contro gli Stati Uniti. Gamal Abdel Nasser chiamò i sovietici, gli fece costruire la diga di Assuan e usò le loro armi per combattere Israele, ma gli egiziani non li amarono mai. Sulle rive del Mediterraneo facevano il bagno in spiagge separate. Appena Anwar Sadat fu in grado di farlo, lì cacciò. Quando gli israeliani nel 1970 tesero un’imboscata nel Sinai ai Mig sovietici - abbattendone cinque - i piloti egiziani stapparono bottiglie di champagne, non avendo mai gradito i rimproveri subiti per l’umiliazione del 1967. In Siria, con Hafez Assad, e in Iraq, con Saddam Hussein, le cose non andarono diversamente: il Cremlino era un alleato potente ma invadente, aggressivo. Mai amato. Perché i suoi ufficiali, ambasciatori e 007 non rispettavano gli interlocutori arabi. Trattandoli piuttosto da vassalli, dipendenti. Quando Leonid Breznev invase l’Afghanistan la rottura divenne palese perché l’Armata Rossa violava un Paese musulmano. L’Urss non è mai riuscita o forse non ha mai voluto conquistare i cuori e le menti degli arabi, e più in generale dei musulmani. Ed è proprio su questo terreno che ora Putin si propone di riuscire. Facendo leva su un tema semplice e poderoso: la lotta senza quartiere a Isis che minaccia tutti, sciiti e sunniti. Rischiando le vite di piloti, soldati e 007 nella guerra al Califfo, esponendosi al duello con l’Occidente pur di bombardare Raqqa e difendendo la costa alawita come la Crimea russofona, Putin intende dimostrare agli arabi che ha a cuore la loro sicurezza, ed il loro futuro, come nessun altro leader straniero. E poiché mette sul piatto accordi su energia, armi, forniture alimentari ed infrastrutture il messaggio è voler costruire un futuro comune. In Medio Oriente si sono moltiplicate le trasmissioni in lingua araba di “Russia Today”, la tv di Mosca seguita a Gaza, Baghdad ed Amman come fonte di notizie non inquinate. I giornalai della Corniche di Beirut o del Lungo Nilo del Cairo tengono in bella vista i magazine arabi che raccontano le gesta di Vladimir. Insomma, il ritorno della Russia in Medio Oriente va ben oltre la difesa di ciò che resta del regime degli Assad.

La conferma della strategia di Putin di ricorrere ad una sorta di “soft power” russo per mettere radici viene dalle caratteristiche del legame con Israele. Nel recente incontro con Netanyahu, Putin ha detto che “la sicurezza del milione di cittadini ex-Urss che vivono in Israele” è “nei nostri interessi”. È un linguaggio che evoca il legame identitario con la Crimea e nasce dal fatto che Israele è l’unico Paese russofono fuori dai confini dell’ex Urss”. Putin sta pianificando un ritorno di lungo termine della Russia nello spazio che va da Suez a Hormuz.


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