umano troppo umano

Nella magia del Golem c’è il segreto dell’interruttore

La letteratura ha creato il robot, non la scienza. Per secoli l’immaginazione è stata prerogativa della letteratura e dell’arte, che hanno continuamente reinventato il mondo. Karel Capek, scrittore d’ispirazione dadaista, pubblica nel 1920 I robot universali di Rossum. È la prima volta in cui compare la parola che oggi usiamo con facilità. In ceco si dice robota, da cui proviene il nostro robot. Non si tratta nient’altro che un operaio meccanico al servizio dell’uomo, un suo aiutante. Il, titolo dell’opera con Robot è R.U.R (dal ceco: Rossumovi unirzalni Roboti) . Si dice che il termine sia stato suggerito a Karel dal fratello Josepf, anche lui scrittore, tuttavia il tema era già nell’aria. Basta tornare a E. T. Hoffmann e alle sue storie romantiche e di mistero, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Ne L’uomo di sabbia, racconto sviscerato da Freud in un memorabile scritto, compare una donna meccanica dalla forma di bambola che strega il protagonista. Versione moderna di Pigmaglione, la bambola meccanica è una delle molteplici apparizioni del “perturbante” freudiano. Frankenstein di Mary Shelley è quasi degli stessi anni; esce nel 1818 ed è presentato come “il moderno Prometeo”. Alle loro spalle un altro remoto robot, creato da un artefice praghese, il Golem; del Robot è l’antesignano, la sua prima vera apparizione. Entrambi sono schiavi, servi, e infine operai, termine decisivo con la Rivoluzione industriale. Tuttavia Golem è ancora materia grezza, prodotto con la terra impastata, proprio come Dio aveva creato il primo uomo, Adamo, il cui nome significa “terra rossa”. Il secondo giorno del mese di Adar dell’anno ebraico 5340, corrispondente al 1580 del calendario cristiano, il Maharal di Praga, il rabbi Yehuda Löw, si reca con i suoi aiutanti sulle rive della Moldava e fabbrica con il fango un uomo dotato di tronco, gambe e testa. Con i suoi riti magici lo mette in piedi e lo fa camminare. Tutto questo a Praga, città in cui alchimia e magia, Talmud e calligrafi meravigliosi, si fondono in una mescolanza che ha un analogo solo nelle confraternite dei fisici novecenteschi, anche loro dediti alla ricerca dell’impossibile, ovvero le origini dell’universo e della vita.

Il vero problema per gli umani che fabbricano creature aliene, usando la mota come il metallo, è quello di tenere a bada la “creatura”. La più grande invenzione del Robot non è il movimento, bensì l’interruttore: On/Off, acceso/spento. Senza interruttore il robot non funziona, almeno fino alla invenzione dell’elettronica. Yehuda Löw lo crea seguendo la tradizione ebraica fondata sulle parole.

Sono le parole che generano il mondo, quelle di Dio, prima di tutto, ma anche quelle dei poeti e degli scrittori; e perciò anche di un rabbino. Ponendo la parola Emet (“verità”) sulla fronte del Golem, questi si mette in movimento, ma poiché è pericoloso, come ricorda Elena Loewenthal in Miti ebraici (Einaudi), bisognerà espungere dalla fronte la alef: la vita abbandona di colpo l’immenso pupazzo. Un interruttore grammaticale e insieme mistico non meno efficiente di quelli inventati secoli dopo per comandare le macchine.

Sembra che Yehuda Löw spaventato dai disastri dei suoi Golem, e delle ghelimah, le donne-Golem, abbia deciso di togliere ogni scritta/interruttore e nascondere le sue improvvide creazioni nella soffitta della vecchia sinagoga di Praga. Dovrebbero essere ancora là. Basterà cercarli per limitare con l’aiuto delle loro membra di terra e fango il danno dei nuovi Robot di metallo, silicio e materie plastiche, fabbricati da scienziati e tecnici con molta concretezza e a volte poca fantasia. Urge ritornare alla letteratura e alla sua magia.


[Numero: 31]