Putin Possiamo fidarci di questuomo

L’ha confessato all’Onu: il suo sogno è un mondo che è il rovescio di quello di Obama

Mentre gli esperti di psicologia cercano di decrittare l’enigmatico Vladimir Putin, cercando di trarre vaticini perfino dalla sua postura, il presidente russo fa di tutto per spiegarsi e farsi capire. Con una sincerità quasi disarmante. L’ultimo tentativo l’ha fatto dalla tribuna dell’Onu, dove molti si aspettavano da lui una proposta strategica per ricucire con l’Occidente, un “reset” della Crimea. Putin ha esordito parlando di Yalta. Ha espresso nostalgia per un sistema che spartiva il mondo in sfere d’influenza, un risiko di potenze che giocano pesante, un consesso di protagonisti mossi non da ideali ma da interessi, dove quello che è mio è mio e quello che è tuo è (forse) tuo.

Un sogno opposto a quello evocato da Barack Obama, di diritti e libertà globalizzati, di un progresso ideale che coinvolge tutti. È qui, ancora prima che sulla sorte di Bashar Assad, che il russo e l’americano parlano due linguaggi completamente diversi. Putin è uscito (con i suoi sudditi) dalle rovine del comunismo, e il suo rifiuto di credere nei valori e negli ideali è sincero e profondo. In lui una rivoluzione suscita un sussulto di repulsione altrettanto automatico dell’impulso di simpatia di un liberal occidentale. Dalla catastrofe sovietica ha salvato una sola fede, nell’ordine rappresentato dallo Stato, e al Palazzo di Vetro ha ripetuto la parola “statualità” con la stessa frequenza con la quale Obama ha parlato di “dittature”. Spesso riferendosi agli stessi fenomeni, come la Libia di Gheddafi. Un acuto commentatore russo ha riesumato per questo conflitto il classico dilemma Hobbes-Locke, e Putin è indubbiamente – è il primo a dirlo – un fan dell’ordine rispetto alla libertà, del Leviatano che contiene il caos, e quelli che per l’Occidente sono dittatori (lui compreso) a Mosca appaiono come ultimi eroi di un mondo in disfacimento.

Si usano le stesse parole, ma con significati opposti, e gli obiettivi di Putin – inteso come “Putin collettivo” di interessi, consensi e aspirazioni e non solo come individuo – sono completamente diversi. In un certo senso si trova più a suo agio con l’Isis: non deve capirlo, solo distruggerlo. Nei confronti dell’Occidente nutre invece sentimenti ambivalenti, ma soprattutto non riesce a comprenderlo, scambiando il compromesso per debolezza, la paura per rispetto, e sfoggiando modelli di forza che invece di impressionare l’avversario lo disgustano. Un meccanismo psicologico descritto lucidamente già nel 1946 da George Kennan nel Long Telegram, un classico della sovietologia: “La radice della visione nevrotica degli affari internazionali del Cremlino è nel tradizionale senso di insicurezza russo... i potenti russi hanno sempre la sensazione che il loro governo sia arcaico rispetto ai Paesi occidentali”. Putin sogna l’approvazione dell’Occidente, al punto di offrire i suoi soldati in Siria, ma vuole essere accettato cosi com’è, con il suo Stato (con il quale si identifica, anche quando confessa che “dio mi ha salvato dagli errori”, perché il Leviatano non può sbagliare) intoccabile nel sacro diritto di fare quello che vuole dei suoi sudditi. È il mondo a piramide contro il mondo della Rete, e la Siria è un esempio di come perfino un’alleanza provvisoria e pragmatica tra i due è difficile quando non impossibile.


[Numero: 1]