Putin Possiamo fidarci di questuomo

La tirannide segreta si impara dalla nascita

Pietroburgo, luglio 1839

In Russia il principio del dispotismo agisce sempre con un rigore matematico, sicché da questa coerenza estrema discende un’estrema oppressione. Constatando l’effetto rigoroso di una politica inflessibile, non si può non indignarsi e domandarsi sgomenti perché mai vi sia così poca umanità nelle opere dell’uomo. Ma tremare non equivale a spregiare: non si disprezza ciò che si teme. Osservando Pietroburgo e riflettendo sulla vita terribile che conducono gli abitanti di questo granitico accampamento, viene da dubitare della divina misericordia, da gemere e bestemmiare, ma quanto ad annoiarsi sarebbe impossibile. Vi è qui un mistero incomprensibile e al contempo una prodigiosa grandezza. Questo impero colossale che vedo ergersi d’un tratto a oriente dell’Europa, di quella Europa dove le società patiscono l’estenuarsi di ogni autorità riconosciuta, mi appare come una resurrezione. È come ritrovarsi in una nazione dell’Antico Testamento, e mi fermo ai piedi del gigante antidiluviano con uno spavento non esente da curiosità. Al primo sguardo, entrando nel paese dei russi, si nota che la società, quale da loro è disposta, è fatta a esclusivo loro uso e consumo; bisogna essere russi per vivere in Russia, anche se apparentemente tutto avviene come altrove. Un popolo senza libertà è dotato di istinti, non di sentimenti; istinti che spesse volte si manifestano in modo deplorevole e assai poco delicato: gli imperatori di Russia devono essere stucchi e ristucchi di sottomissione; certe volte l’incenso viene a noia all’idolo. Per la verità questo culto contempla terrificanti intermezzi. Il governo russo è una monarchia assoluta mitigata dall’assassinio; ora, quando il principe trema non si annoia più; è così che vive fra il terrore e la nausea. Se l’orgoglio del despota pretende degli schiavi, l’uomo ricerca chi gli è pari: ma nessuno sta alla pari con lo zar; l’etichetta e la gelosia montano a turno la guardia attorno al suo cuore solitario. Egli è da compiangere ancora più del suo popolo, specialmente se non è privo di valore.

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In Russia il potere, per quanto illimitato sia, ha una paura estrema del biasimo, o anche solo della franchezza [...] Tutti, fra chi sia nato russo o in Russia voglia vivere, si danno la consegna di tacere indistintamente su ogni cosa; non si dice niente, qui, eppure si sa tutto: chissà come saranno interessanti le conversazioni segrete, ma chi se le permette? Riflettere, equivale a rendersi sospetti.

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In Russia la paura sostituisce, vale a dire paralizza, il pensiero; quando è l’unico a regnare, questo sentimento non può produrre se non parvenze di civiltà: non me ne vogliano i legislatori miopi, la paura non sarà mai l’anima di una società organizzata bene; non è ordine, è il velo sul caos, nient’altro: dove manca la libertà, mancano l’anima e la verità. La Russia è un corpo senza vita... Io penso che di tutte le regioni del mondo la Russia sia quella dove gli uomini hanno meno felicità reale. Noi non siamo felici a casa nostra, ma sentiamo che da noi dipende la felicità; a casa dei russi, questo non è possibile.

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Considerate che in Russia la parola prigione indica qualcosa di più di quel che significa altrove. Vengono i brividi quando si pensa a tutte le sotterranee crudeltà che la disciplina del silenzio sottrae alla nostra pietà, in un paese dove ognuno viene iniziato, fin dalla nascita, alla cautela nel parlare. Occorre venire qui per detestare la circospezione; tanta prudenza rivela una tirannide segreta, la cui immagine mi si palesa dovunque. Ogni movimento della fisionomia, ogni reticenza, ogni inflessione della voce mi insegna il pericolo che si nasconde nella fiducia e nella naturalezza. Quando patisco l’umidità della mia stanza, penso agli sventurati esposti a quella delle segrete sottomarine di Kronstadt, della fortezza di Pietroburgo e di tanti altri sepolcri politici dei quali ignoro persino il nome; la faccia emaciata dei soldati che vedo per strada mi riporta in mente le ruberie degli impiegati addetti ai rifornimenti dell’esercito... A ogni passo vedo levarsi davanti a me lo spettro della Siberia, e penso a tutto ciò che significa il nome di questo deserto politico, abisso di miserie, cimitero dei vivi; mondo di inimmaginabili sofferenze, terra popolata da infami criminali e da eroi sublimi.


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