Putin Possiamo fidarci di questuomo

Dall’Ucraina alla Siria, così Putin riscatta la Russia

Come si spiega la straordinaria popolarità di Vladimir Putin in un momento in cui l’economia russa arranca e la Russia rischia di essere sempre più coinvolta in Siria, in un’avventura militare dagli sbocchi incerti? Putin non sta garantendo al suo popolo né benessere né pace e soprattutto la sua politica va in direzione opposta a quell’integrazione in Europa e nel mondo sviluppato che era l’orizzonte sognato dalla maggioranza dei russi al momento della fine del comunismo.

La popolarità di Vladimir Putin appare però comprensibile se si considerano tre potenti fattori che hanno determinato l’atteggiamento e gli orientamenti politici dei cittadini della Russia post-sovietica: l’umiliazione, la delusione e la paura.

Umiliazione non certo per la sconfitta del comunismo, diventato chiaramente disfunzionale anche per chi era cresciuto nel contesto dei suoi schemi ideologici, ma per il declassamento, con la fine dell’Urss, dal precedente rango di grande potenza. Questo spiega un altro fenomeno per noi difficilmente comprensibile: l’avversione, per non dire l’odio, che i russi nutrono nei confronti di Gorbaciov, considerato responsabile di questa umiliazione.

Anche Eltsin fa parte degli “eroi negativi” della recente storia russa e gli anni in cui fu alla guida del Paese ci forniscono una chiave centrale per spiegare la popolarità di Putin. Sono anni in cui l’umiliazione per la perdita dello status di grande potenza si è intrecciata con una profonda delusione-frustrazione nei confronti di quell’Occidente (soprattutto gli Stati Uniti) che invece di accogliere la nuova Russia, democratica e capitalista, ha continuato a considerarla un “altro da sé” da guardare con sospetto, contenere, escludere.

Più che nella politica estera, la principale chiave d’interpretazione della popolarità di Putin va ricercata nelle caratteristiche della società russa all’epoca di Eltsin. In quegli anni assieme all’umiliazione e alla frustrazione si è radicato fra i russi il più potente dei sentimenti: la paura. Paura che invece della libertà e del benessere, attesi dalla fine del regime comunista, la Russia fosse ormai in balia di un’anarchia violenta e criminale e che lo stato, retto da uno “zar” incoerente e alcolizzato, fosse in mano a nuovi “boiardi”, oligarchi appropriatisi delle risorse russe tramite un processo di privatizzazione selvaggia.

Gli ingredienti del “putinismo” sono tutt’altro che occulti: autorità dello stato, rispetto delle tradizioni russe, comprese quelle religiose, nazionalismo, politica estera “assertiva”, dall’Ucraina alla Siria. Non sarà facile per chi vuole un’altra Russia, democratica e pronta a dialogare con Europa e Stati Uniti, proporre al popolo russo una diversa alternativa. Il “dopo Putin” non è per domani.


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