Mare amaro

Un capodoglio bianco sulla mia LineaBlu

Lo scandaglio di bordo segna i mille metri, non vediamo più terra da un paio d’ore, mentre la scia del catamarano veloce fissa la rotta sul mare appena increspato da una leggera brezza da scirocco nel canyon di Caprera. Navigare per ore cercando cetacei nel Santuario Pelagos è ancora, per noi che navighiamo da sempre, una grande emozione. È qui che lo scorso anno Luca Bittau, borsista dell’Università di Sassari, ha avvistato il rarissimo capodoglio bianco, ed è qui che grazie alla joint venture con un diving di Poltu Quatu nove volte su dieci avvista balene, tartarughe marine, tonni e pesci luna, ma soprattutto lo zifio (Ziphius cavirostrisl) forse il cetaceo più misterioso del Mediterraneo, dall’aspetto curioso come tutte le cosiddette “balene col becco”, campione di apnea capace di raggiungere i 2.992 metri di profondità in 137 minuti di immersione. Del suo comportamento elusivo, delle cause dei molti spiaggiamenti, probabilmente dovuti all’inquinamento acustico, sappiamo ben poco. Siamo qui per raccontarlo al pubblico di Lineablu.

La tarda primavera è il periodo più propizio agli avvistamenti. Quest’area, in particolare è sotto osservazione solo da pochi anni, dopo le segnalazioni di pescatori d’altura. Siamo alla base del triangolo del Santuario Pelagos, la prima area protetta marina transfrontaliera del Mediterraneo destinata alla protezione dei mammiferi marini, istituita nel 1999 con un accordo internazionale tra Francia, Italia e Principato di Monaco: 87.500km2. Se non esistesse la percentuale di Mare Nostrum protetto scenderebbe dal 4,56% all’1% mentre l’Italia si è impegnata a raggiungere l’11° Obiettivo di Aichi, ovvero 10% di mare protetto entro il 2020.

Dalla torretta del catamarano parte il segnale del primo avvistamento. Sono delfini, anzi stenelle. Li avviciniamo con discrezione, saranno una quindicina ma sono poco confidenti, nel gruppo ci sono un paio di cuccioli. Sfilano sotto l’imbarcazione che procede a cinque nodi, saltano a prua, spariscono per lasciarci a dritta. Cerchiamo di riprenderli con le telecamere, tutti gli obiettivi a bordo sono puntati su di loro per la foto identificazione.

Valeva la pena di percorrere decine di miglia. I francesi credono possa essere il business del futuro, hanno messo a punto un label per il whale whatching nel Santuario Pelagos. Del Canyon di Caprera sappiamo ancora poco. Di certo siamo in un hot spot di foraggiamento dei cetacei, dove si accumulano, per un gioco di correnti, oltre al plancton, impressionanti quantitativi di microplastiche e di ftalati il cui impatto tossicologico sui cetacei è stato provato da un gruppo di ricerca dell’Università di Siena, grazie alla tecnica del prelievo cutaneo. Se e come quei contaminanti entrino poi nella catena alimentare del pesce che finisce sulle nostre tavole, è ancora da capire.

Una minaccia, quella della marine litter, che secondo l’Unep e la Fao ha superato quella per inquinamento da idrocarburi e di cui si occupa anche la Marine Strategy Framework Directive dell’Unione europea, nata per raggiungere un Good Environmental Status nel Mar Mediterraneo entro il 2020. Obiettivo troppo ambizioso per molti degli indicatori previsti. Se escludiamo l’industria ittica professionale, si prevede infatti che tutti i settori tradizionali dell’economia marittima mediterranea come il turismo, il trasporto, la cultura, il petrolio e il gas offshore continuino a crescere nei prossimi 15 anni. Una corsa all’oro come documentato dal programma Medtrens del WWF, che ha elencato le troppe minacce che incombono, dal turismo d’assalto fino all’urbanizzazione costiera. Gran parte del paesaggio mediterraneo è già compromesso ma l’invasione di cemento prevista coprirà oltre 5.000 km di costa entro il 2025.

A terra parliamo di consumo del suolo, di mitigazione dei cambiamenti climatici, di illeciti e reati ambientali. Organizziamo campi antibracconaggio e proteggiamo da sempre specie iconiche come l’orso e il lupo. In mare, al contrario, investiamo poco in conservazione e ricerca: per ogni ettaro di Santuario Pelagos investiamo €0,08 ettaro/anno. Assistiamo indifferenti ai crimini di natura e trascuriamo educazione ambientale e formazione: poco interessa il comportamento di un pesce spada maschio nel periodo della riproduzione o l’uccisione di un delfino, dimentichiamo le navi dei veleni e gli ordigni inesplosi, e tolleriamo il rumore assordante cui sottoponiamo le creature marine, come lo zifio. Finalmente abbiamo imparato a non rimuovere dalle spiagge la posidonia, maleodorante, fastidiosa ma preziosa per contrastare l’erosione costiera. E qualcuno comincia ad allestire servizi per riportare la sabbia in situ, come a Is Arutas. Ma se proteggiamo Budelli e la sua spiaggia rosa, lasciamo che diventi oggetto di contesa.

Se a terra siamo allevatori e agricoltori, in mare siamo ancora cacciatori, ricorda in ogni occasione il professor Ferdinando Boero, tra i più grandi esperti al mondo di meduse, ma fino a che punto potremo permetterci di consumare i predatori? Tra vent’anni mangeremo davvero meduse? I ricercatori non hanno dubbi, dovremo cambiare le nostre abitudini alimentari e forse dovremmo farlo da subito. Dovremmo anche contrastare l’illegalità, difendendo la pesca artigianale soffocata da una concorrenza sleale per mitigare gli effetti di un impoverimento del mare e dei suoi stock ittici.

Con i nostri 8500 chilometri di coste non possiamo permetterci il lusso dell’indifferenza e dobbiamo guardare al Mare Nostrum come opportunità, rispettandolo.


[Numero: 30]