Mare amaro

Sfiorata dal ferro la balena fuggiva...

Era uno spettacolo pieno di viva meraviglia e di spavento. Le grandi ondate dell’onnipotente mare; il rigonfio e vuoto muggito che facevano scorrendo lungo gli otto capi di banda, come bocce gigantesche in un’aiuola sconfinata; la breve angoscia della lancia sospesa, mentre per un attimo si drizzava sull’orlo di coltello delle onde più affilate, che parevano quasi minacciare di tagliarla in due; l’improvviso piombare profondo nelle valli e nei cavi delle acque; gl’incessanti incitamenti e stimoli a guadagnare la vetta della collina opposta; la precipitosa scivolata come in slitta giù per l’altro suo fianco; tutto questo, con le grida degli uomini di testa e dei ramponieri e gli aneliti rabbrividenti dei rematori, con la vista meravigliosa del Pequod eburneo che discendeva sulle sue lance con tutte le vele spiegate, come una chioccia selvatica dietro i pulcini strillanti, tutto questo esaltava. Né la recluta inesperta che uscendo di tra le braccia della moglie entra nell’ardore febbrile della sua prima battaglia, né lo spirito del morto che incontra nell’altro mondo il primo fantasma sconosciuto: nessuno di costoro può sentire emozioni più strane e più forti di quelle di chi si trova per la prima volta a vogare nell’incantata e ribollente cerchia del capodoglio inseguito.

La danzante acqua bianca prodotta dalla fuga diventava ora sempre più visibile, ciò ch’era dovuto alla crescente oscurità delle ombre nerastre di nuvole, proiettate sul mare. I gettiti di vapore non si fondevano più, ma si piegavano da ogni parte a destra e a sinistra; le balene parevano dividere le loro scie. Le lance vennero indirizzate separatamente; Starbuck dava la caccia a tre balene che correvano diritto sottovento. Stabilimmo allora la vela, e col vento che sempre aumentava ci precipitammo innanzi, e così follemente andava la lancia sull’acqua che non si poteva quasi manovrare tanto in fretta i remi di sottovento da non farceli strappar via dagli scalmieri.

Presto ci trovammo a correre per un diffuso velo immenso di nebbia leggera, e non si vedeva né nave né lance.

- Vogate, marinai, - bisbigliò Starbuck tirando ancora più a poppa la scotta della vela – c’è ancora tempo per uccidere un pesce prima che venga la raffica. Ecco di nuovo l’acqua bianca! sotto! Scattate!

Subito dopo, due urli in rapida successione dai due lati ci avvertirono che le altre lance avevano fatto presa; ma li avevamo appena uditi che, con un fulmineo schianto di bisbiglio, Starbuck disse: - Su, drìzzati! – e Quiqueg col rampone alla mano saltò in piedi.

Sebbene nessuno dei rematori vedesse allora di fronte il pericolo mortale così vicino in prora, pure con gli occhi sul volto teso dell’ufficiale a poppa, essi seppero che l’istante critico era giunto; e udirono infine un suono enorme di voltolamento, come se cinquanta elefanti si muovessero nel loro strame. Intanto la lancia filava ancora nella nebbia, le onde arricciavano e sibilavano intorno come le creste erette di serpenti infuriati.

- Ecco la schiena. Lì, lì, dàlle il rampone! – bisbigliò Starbuck.

Un breve suono precipite balzò dalla lancia; era il ferro scagliato di Quiqueg. Poi, tutto in una sola confusione, giunse una spinta invisibile da poppa, mentre in prora la lancia pareva picchiare una roccia: la vela cadde ed esplose, una vampata di vapore bollente ci schizzò accanto, qualcosa sotto di noi rollò e capitombolò come un terremoto. L’equipaggio tutto fu a metà soffocato mentre veniva gettato alla rinfusa nella bianca spuma sbattuta dalla raffica. Raffica, balena e rampone s’erano tutti fusi insieme, e la balena solamente sfiorata dal ferro, fuggiva.

Da Moby Dick o la balena. Editore Adelphi 1987. Traduzione Cesare Pavese


[Numero: 30]