Mare amaro

Quando guidavano le stelle

«Talvolta, il mare, per capirlo, bisogna guardarlo da lontano», scrive il medioevista Alessandro Vanoli. Tornarvi a navigare, come s’è fatto per secoli, traguardando le stelle. E se si tratta del Mediterraneo, trovando la rotta giusta tra passato e presente.

L’autore l’ha cercata salendo su autobus, barche, traghetti. E laddove non vi è riuscito, con i libri. Il punto di partenza è quello di un mare che non esiste più, che si è asciugato velocemente, eroso dalla globalizzazione, dalla visione troppo settentrionale dei burocratici di Bruxelles, come direbbe Pedrag Matvejevic, l’autore del Breviario Mediterraneo, cantore del “mare della vicinanza” (che già negli Anni Ottanta predicava l’ascolto e l’accettazione della convivenza nelle diversità); arso da devastanti scelte finanziarie e fanatiche lotte di religione. Un mare che in passato non è mai stato di pace, è vero, ma che ha evocato una scelta di civiltà, un’idea di matrice comune, mentre oggi - afferma Vanoli - è «una parola che fa paura, che ci divide e ci indigna».

Da qui, lo sforzo del viaggio. Alla ricerca, scoperta, ricordo di un Mediterraneo di cui si sente ancora il bisogno. Volti, suoni, profumi, miti, storia. Quattro itinerari di una stessa rotta: «Ieri sono sceso al Pireo…» è l’incipit del libro (e sembra di udire Socrate in La Repubblica di Platone), da Atene a Cartagine alla vigilia della terza guerra punica fino a Ostia all’apogeo dell’impero romano; da Costantinopoli nella gloria bizantina a Valencia negli anni del Cid Campeador a Genova del tardo medioevo; e poi da Bisanzio a Venezia sino a Cipro, e dall’Alessandria d’Egitto di Du Camp e Flaubert sino alla Napoli degli inizi del Novecento.

Come su una macchina del tempo, prima che tutto corra più veloce e il Mediterraneo, quel Mediterraneo, cominci a scomparire; diventi di «esiliati, profughi, petrolieri, crocieristi last minute, scafisti, pazzi sanguinari». Senza più orizzonti.


[Numero: 30]